Un genio della pittura

Pietro da Cortona
 

27/08/2001

Se come architetto nella Roma seicentesca il Cortona dovette dividere meriti ed onori con il Bernini e Borromini, ciò non accadde nell’ambito della pittura, dove l’artista toscano primeggiò grazie allo splendore e all’innovazione delle sue ciclopiche realizzazioni pittoriche. Roma fu appunto sede e scenario privilegiato dal maestro cortonese, grazie anche al numero copioso di nuove chiese e principeschi palazzi che in quegli anni necessitavano di cicli pittorici degni di restare al passo con la magnificenza della corte pontificia, assoluta e incontrastata regina fra lo splendore delle corti europee. Ci muoveremo in questa sede fra le strade e le piazze di Roma che nascondono tali inestimabili tesori, sperando, laddove siano aperti al pubblico, che incontrino il gusto di chi vorrà ammirarli. Partendo dalla Chiesa di Santa Bibiana, in via Giolitti a pochi metri dalla stazione Termini, comincerà il nostro percorso attraverso l’esuberante pittura barocca del Cortona. Proprio questa chiesa, poco nota al grande pubblico e snaturata ormai dall’antico contesto che la circondava, rappresenta la prima grande tappa in termini cronologici dell’avventura pittorica del nostro artista. Eseguiti fra il 1624 e il 1626, gli affreschi all’interno della navata della chiesa rappresentano tre scene della vita di S. Bibiana. E' emblematico come a distanza di un decennio dagli affreschi di S. Cecilia del Domenichino le figure qui siano cresciute di volume ed i loro valori tattili le facciano apparire reali e tangibili, così che da un algido classicismo si arrivò alla rappresentazione di un brano di vita vera, connotata pittoricamente da un tocco ampio e veloce. Lasciando questo isolato capolavoro e costeggiando la stazione Termini, si arriva a Piazza della Repubblica da cui parte il rettilineo di via Nazionale, dove imboccheremo Via delle Quattro Fontane. E' qui che troviamo forse il più alto esito della pittura cortoniana (senz’altro il più noto al grande pubblico): la volta affrescata del Salone di Palazzo Barberini. Dipinta fra il 1633 ed il 1639, per il Pontefice Urbano VIII Barberini, l’opera si presenta spettacolare già per le grandi dimensioni che la caratterizzano. Seguendo la tradizione della pittura a quadratura, Cortona creò una struttura architettonica illusionista, che in parte celò sotto la profusione di delfini, maschere, portatori di ghirlande e molto altro. Il tema centrale dell’opera è la celebrazione della Divina Provvidenza che si salda alla glorificazione del casato dei Barberini. Tutto è ricco, animato da un impeto ed un fasto mai visti prima di allora. Le figure si muovono in un movimento quasi vorticoso, rimanendo comuque ben salde nell’esuberante piano compositivo, sapientemente orchestrato dal Cortona in cinque scene differenti che appaiono autonome e concatenate allo stesso tempo. Storditi forse da tanto “frastuono” pittorico, riprenderemo il cammino verso la centralissima Piazza Venezia, dove sulla attigua Piazza del Campidoglio si ergono i celeberrimi Musei Capitolini. Qui vengono conservate alcune opere da cavalletto che negli anni della giovinezza Cortona dipinse per la famiglia Sacchetti. Fra queste senz’altro spicca “Il ratto delle sabine”, dipinto che contiene in nuce i futuri sviluppi dell’esuberante pittura barocca dell’artista. Spostandosi di poco dal Campidoglio si incontra nel cuore del rione S. Angelo, precisamente in via Caetani, l’ingresso del Palazzo Mattei di Giove, Palazzo dove il Cortona appose la firma con una fra le sue primissime prove di affresco. Egli dipinse infatti, fra il 1622 e il 1623, quattro scene della vita di Salomone, dove, sebbene lo stile ancora non sia giunto al pari dei suoi esiti più maturi, è il senso del dramma, che si scorge dalla composizione e dalle figure, a renderlo degno, così precocemente, della stima di una delle più grandi famiglie romane, già mecenate di artisti del calibro di Caravaggio. Passando poi verso via Arenula si incontra la Chiesa di S. Carlo ai Catinari, dove il pittore lasciò una delle sue ultime opere da cavalletto di stampo devozionale. È la pala raffigurante “La Processione di S. Carlo Borromeo con il sacro chiodo” chiaro esempio di quel senso di teatralità barocca applicata qui alla celebrazione di un drammatico corteo funebre. Ma è con due brani di pittura tratti dalla tarda attività dell’artista che ci piacerebbe terminare questo inebriante percorso attraverso il barocco romano di cortoniana memoria. Non distanti l’uno dall’altro i cicli pittorici a cui facciamo riferimento sono nascosti nel Palazzo Pamphilj di Piazza Navona e nella Chiesa di S. Maria in Vallicella. Gli affreschi di Palazzo Pamphilj, commisionati all’artista da Papa Innocenzo X Pamphilj nel 1651 e terminati nel 1654, si sviluppano nella lunga galleria del Palazzo, rappresentando le scene principali della vita di Enea. La tavolozza si presenta più trasparente e luminosa rispetto alle prove precedenti dell’artista, dimostrando come colui che con gli affreschi di Palazzo Barberini aveva inaugurato la fervida stagione del Barocco, ora apriva la strada agli esiti più delicati e leggeri della pittura del XVIII secolo. Su tutt’altro soggetto sono le decorazioni pittoriche di S. Maria in Vallicella, iniziate dal Cortona nel 1647 e terminate, non senza lunghe interruzioni, nel 1665. Qui lo stile, sia della cupola che della navata, rispecchia il chiaro intento degli Oratoriani (committenti dell’opera) di avvicinare il più possibile le masse al messaggio religioso di cui si facevano portavoce. È così che da dalla delicatezza del soffitto Pamphilj, vicino al gusto di pochi eletti, Cortona passò alla realizzazione di un brano pittorico il cui movimento ampio e l’abbagliante moltitudine, sottolineati dallo sfarzo dei colori e degli stucchi, tanto dovettero impressionare le moltitudini di fedeli che incessantemente si recavano in quel luogo di culto. Siamo alla fine del lungo percorso artistico del Cortona ed anche alla fine del nostro itinerario, ormai giunti alla convinzione che se il Barocco pittorico romano dovesse avere il proprio “Genio”, come il Rinascimento lo ebbe con Michelangelo, è sicuramente il nome di Pietro da Cortona che unanimamente dovemmo proporre.

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