A Roma dal 7 febbraio al 3 giugno

70 anni di Magnum Photos al Museo dell'Ara Pacis

Jonas Bendiksen, Abitanti di un paese nel Territorio dell’Altaj raccolgono i rottami di una navicella spaziale precipitata, circondati da migliaia di farfalle, Russia, 2000 | © Jonas Bendiksen / Magnum Photos / Contrasto

 

Samantha De Martin

06/02/2018

Roma - L’idea di Robert Capa di fondare un’agenzia fotografica chiamata Magnum, destinata a diventare una delle più grandi al mondo, nacque molto probabilmente davanti a una bottiglia di vino francese il cui nome latino avrebbe conferito a questo ambizioso progetto una certa forza mista a grandezza.
Fu il fotografo ungherese a stringere, nell’aprie del 1947 con William e Rita Vandivert e Maria Eisner, quel sodalizio che avrebbe avuto nel gotha del fotogiornalismo internazionale anche Henri Cartier-Bresson, David Seymour e George Rodger.

Da quel giorno sono trascorsi 70 anni, ricorrenza che la Magnum Photos - diventata nel frattempo un riferimento sempre più importante per la documentazione e per il fotogiornalismo - ha deciso di celebrare a Roma - unica tappa italiana di un percorso internazionale iniziato nel giugno 2017 all’International Center for Photography di New York - con una mostra, in programma fino al 3 giugno al Museo dell'Ara Pacis, che getta anche uno guardo nuovo e approfondito sulla storia e sull’archivio dell’agenzia. Ma che ha soprattutto l'ambizione di mostrare quali siano state le posizioni, etiche ed estetiche, dei suoi protagonisti.

Le immagini celebri, i grandi reportage dei suoi autori - che hanno documentato guerre, testimoniato tensioni sociali, ritratto le persone comuni e i grandi della terra, dando voce e volto al nostro tempo - permettono di comprendere in che modo e perché Magnum costituisca ancora oggi la leggendaria icona dell’universo fotografico.

Gli intimi ritratti di “famiglia” di Elliott Erwitt si mescolano alle celebri immagini degli zingari del ceco Josef Koudelka, incrociano la serie realizzata nel 1968 da Paul Fusco e dedicata al Funeral Train che trasportò la salma di Robert Kennedy nel suo ultimo viaggio verso il cimitero di Arlington, attraversando un’America sconvolta e dolente.
Non mancano poi le serie più recenti dei nuovi autori di Magnum, come la “Spagna Occulta” di Cristina Garcia Rodero, la cruda attualità del Sud America documentata da Jérôme Sessini, o ancora il Mar Mediterraneo di Paolo Pellegrin, tenebroso e incerto nelle notti dei migranti.

Tre sezioni scandiscono il percorso espositivo per il quale il curatore, Clément Chéroux, direttore della fotografia al MoMA di San Francisco, accanto a una serie di documenti rari e inediti, ha selezionato immagini di grande valore storico, oltre anuove realizzazioni.
La prima parte della mostra fruga nell’archivio di Magnum attraverso una lente umanista, soffermandosi sugli ideali di libertà, uguaglianza, partecipazione e universalismo che emersero dopo la seconda guerra mondiale con il radicale riassetto dello scenario geopolitico. La seconda sezione ripercorre invece la frammentazione del mondo tra il 1969 e il 1989, con uno sguardo particolare rivolto alle minoranze e agli esclusi. L’ “alieno”, il “selvaggio”, il “folle”, il “malato” diventano i protagonisti di quello che lo storico francese Paul Veyne aveva definito “l’inventario delle diversità”.
La terza sezione - intitolata “Storie della fine” - segue le differenti forme espressive attraverso cui i fotografi Magnum hanno colto i mutamenti del mondo, dalla caduta del Muro di Berlino alla fine del comunismo, e i pericoli che lo minacciano.

La presenza in mostra di proiezioni, copertine di riviste, articoli di giornali, libri, aiuta a collocare le fotografie nel contesto originale per il quale furono concepite, mentre ad accompagnare l’esposizione sarà un libro edito da Contrasto.


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