In mostra a Roma fino al 12 luglio
I reperti segreti di Villa Giulia nelle immagini di Piero Gemelli
Piero Gemelli. Le stanze dei sogni dimenticati. Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Roma © Piero Gemelli
Francesca Grego
19/05/2026
Roma - Un universo parallelo respira tra le mura di Villa Giulia, oltre le sale del museo etrusco più importante al mondo e i suoi capolavori, primo tra tutti il Sarcofago degli Sposi. È una galassia silenziosa a cui nessun visitatore ha mai avuto accesso, abitata da teste votive, frammenti di terracotta, oggetti e figure senza nome nè storia ufficiale. Reperti che giacciono nei depositi non perché poco rilevanti, ma per motivi di spazio, restauro, narrazione: un fenomeno comune a moltissimi musei, che sempre più spesso rispondono aprendo i propri depositi al pubblico in via eccezionale o permanente. A Villa Giulia uno spettatore d’eccezione li ha visitati per noi, regalandoci una prospettiva intima e personale sui tesori nascosti del Museo Nazionale Etrusco: è Piero Gemelli, affermato fotografo di moda che non disdegna incursioni nei territori dell’arte, con un passato da studente di architettura proprio a Valle Giulia. Da oggi, martedì 19 maggio, fino al prossimo 12 luglio, i suoi scatti saranno in mostra negli ambienti del Ninfeo, gioiello della villa cinquecentesca da poco restaurato.
Le stanze dei sogni dimenticati è la prima esposizione allestita nello straordinario teatro d’acque progettato da Bartolomeo Ammannati per Papa Giulio III. “Le immagini di Gemelli ci ricordano che il museo non custodisce soltanto passato: custodisce possibilità in attesa. Memorie di ricordi futuri”, afferma la curatrice Maria Vittoria Baravelli: “Per un attimo, grazie al suo sguardo, quei reperti escono dagli archivi e tornano esistere”.

Piero Gemelli. Le stanze dei sogni dimenticati. Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Roma © Piero Gemelli
All’origine di questo percorso c’è una domanda: cosa succede agli oggetti che un museo possiede e non riesce a mostrare? Primo artista a entrare nei depositi di Villa Giulia, Gemelli lo ha fatto con la partecipazione emotiva che gli deriva dal suo legame con il luogo. Ha scelto i reperti uno per uno, prendendosi il tempo necessario. Li ha ascoltati, studiati, raccontati, per restituire a ciascuno di essi la propria identità. “Per questi oggetti non ho voluto realizzare immagini di semplice documentazione - spiega il fotografo - Ho voluto portarli dentro il mio linguaggio, dentro la mia grammatica visiva. Quelle fotografie sono opere nate dall’incontro tra il mio sguardo e la loro presenza antica”.
Ogni scatto è un atto di cura: ogni testa votiva torna a essere un volto, ogni frammento un corpo, ogni reperto una storia. Ma nel progetto c’è anche un’altra forma di restituzione, quella per cui ciascuno dei “sogni dimenticati” torna a vivere come patrimonio comune e accessibile, offrendo ad ogni visitatore il proprio bagaglio di memorie e possibilità.

Piero Gemelli. Le stanze dei sogni dimenticati. Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Roma © Piero Gemelli
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• Riapre il Ninfeo di Villa Giulia, paradiso d'acqua nella Roma cinquecentesca
Le stanze dei sogni dimenticati è la prima esposizione allestita nello straordinario teatro d’acque progettato da Bartolomeo Ammannati per Papa Giulio III. “Le immagini di Gemelli ci ricordano che il museo non custodisce soltanto passato: custodisce possibilità in attesa. Memorie di ricordi futuri”, afferma la curatrice Maria Vittoria Baravelli: “Per un attimo, grazie al suo sguardo, quei reperti escono dagli archivi e tornano esistere”.

Piero Gemelli. Le stanze dei sogni dimenticati. Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Roma © Piero Gemelli
All’origine di questo percorso c’è una domanda: cosa succede agli oggetti che un museo possiede e non riesce a mostrare? Primo artista a entrare nei depositi di Villa Giulia, Gemelli lo ha fatto con la partecipazione emotiva che gli deriva dal suo legame con il luogo. Ha scelto i reperti uno per uno, prendendosi il tempo necessario. Li ha ascoltati, studiati, raccontati, per restituire a ciascuno di essi la propria identità. “Per questi oggetti non ho voluto realizzare immagini di semplice documentazione - spiega il fotografo - Ho voluto portarli dentro il mio linguaggio, dentro la mia grammatica visiva. Quelle fotografie sono opere nate dall’incontro tra il mio sguardo e la loro presenza antica”.
Ogni scatto è un atto di cura: ogni testa votiva torna a essere un volto, ogni frammento un corpo, ogni reperto una storia. Ma nel progetto c’è anche un’altra forma di restituzione, quella per cui ciascuno dei “sogni dimenticati” torna a vivere come patrimonio comune e accessibile, offrendo ad ogni visitatore il proprio bagaglio di memorie e possibilità.

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