Al cinema dal 10 al 12 febbraio  

Impressionisti Segreti. Parla il regista Daniele Pini

Federico Zandomeneghi (1841-1917), Sul divano, 1885-1890 circa, Olio su tela, 87 x 44 cm, Firmata e datata in basso a destra “Zandomeneghi”, Italia, Collezione privata, Cat. rag. Piceni 143 | IMPRESSIONISTI SEGRETI - Palazzo Bonaparte, Roma 6 ottobre 2019 - 8 marzo 2020
 

Francesca Grego

05/02/2020

Roma - Resta solo un mese per visitare la grande mostra che ha portato a Roma e nell'esclusiva cornice di Palazzo Bonaparte 50 capolavori sconosciuti al grande pubblico, stimolando nuovi sguardi sull'avventura impressionista. Niente paura tuttavia: al cinema è in arrivo Impressionisti Segreti, il docu-film di Daniele Pini prodotto da Ballandi e Nexo Digital che entra in punta di piedi nello spazio espositivo di Piazza Venezia per accompagnare il pubblico in una speciale visita a gioielli dipinti da Monet, Renoir, Pissarro e molti altri. Dal 10 al 12 febbraio gli spettatori di tutta Italia potranno ammirare sul grande schermo tesori generalmente inaccessibili, approfondirne la storia in compagnia di testimoni d'eccezione e ripercorrere i passi di un movimento che ha cambiato per sempre il nostro modo di guardare all'arte.
In attesa del prossimo appuntamento con La Grande Arte al Cinema, siamo andati a curiosare nel backstage del film.

“Fin dall'inizio - spiega il regista Daniele Pini - il nostro obiettivo è stato quello quello di proporre un’esperienza di visione privilegiata in cui i quadri fossero protagonisti. Il pubblico cinematografico fa il suo ingresso in una mostra che è una vera rarità, in cui per la prima volta si espongono dipinti rimasti a lungo 'nascosti' nell’ombra del collezionismo privato. L’approccio è quello di una doppia scoperta. Attraverso opere inedite per quasi tutti noi possiamo vedere con occhi nuovi autori famosissimi di cui pensavamo di sapere tutto. Probabilmente non è un caso: già all’epoca della loro realizzazione questi quadri erano più audaci e sperimentali degli altri. Anche la location che ospita la mostra è nuova: finora Palazzo Bonaparte era un luogo inaccessibile, ma pieno di memorie e suggestioni da rivivere, basti pensare che nell'Ottocento ci abitò la madre di Napoleone. Nel film abbiamo cercato di trasmettere questo senso di scoperta accennando alla storia del palazzo e a quelle degli artisti, un gruppo di ragazzi rivoluzionari che irruppero all’improvviso su una scena artistica rigida e ormai esangue, buttando all'aria i topos dell’Accademia”.

Cinematograficamente parlando, sugli Impressionisti è già stato detto molto. Qual è il valore aggiunto di questo film?
“Con Impressionisti Segreti abbiamo scelto di focalizzare l’attenzione sulle storie, sugli intrecci, sui rapporti tra i protagonisti di una stagione che ha cambiato l’arte per sempre, e contemporaneamente sull’esperienza di visione che solo un quadro impressionista sa offrire. Guardare questi dipinti da vicino o da lontano è come passare dal giorno alla notte. Una novità che alla fine dell’Ottocento fu dirompente e che oggi cerchiamo di restituire al cinema giocando con le distanze e i punti di vista, per mostrare quanto sia importante la prossemica nell’esperienza di fruizione”.

Che cosa raccontano questi quadri al pubblico contemporaneo?
“Credo che l’elemento più interessante e attuale sia proprio la carica innovativa e di sperimentazione portata dagli Impressionisti nel mondo dell’arte: un percorso scioccante e rivoluzionario che ha aperto la strada alle avanguardie del XX secolo, dall’Astrattismo a Picasso. Uno slancio proseguito nella Pop Art, per esempio, e vivo ancora oggi. Consapevolmente o no, anche gli artisti contemporanei sono parte di questa lunga onda”.

Non è facile trasmettere al cinema la forza della pittura. Tu quali accorgimenti hai adottato?
“Da un lato abbiamo sfruttato le potenzialità della musica, scegliendo brani che non risultassero banalmente ‘tono su tono’: abbiamo escluso le sonorità classiche che tutti si sarebbero aspettati di ascoltare e puntato su musiche più energiche e contemporanee. Dall’altro lato ho cercato un linguaggio cinematografico moderno, che valorizzasse la pittura impressionista attraverso giochi di luci e ombre e ne mettesse in luce un aspetto fondamentale che è il volume, la dimensione tridimensionale della pennellata”.

Quale prospettiva hai scelto invece per il racconto vero e proprio?
“Ho cercato di restituire al pubblico la pittura impressionista dal punto di vista artistico, ma anche gli aspetti umani della sua storia. Gli elementi per costruire una narrazione avvincente c’erano tutti: una sfida con un’altissima posta in gioco e i conflitti ad alta intensità che hanno preceduto l’affermazione di questi artisti, lo scandalo, il rifiuto, il dibattito accesissimo che opere del tutto fuori dagli schemi hanno potuto suscitare. Una storia che si svela nei particolari anche grazie a eccezionali testimoni come Claire Durand-Ruel, nipote del mercante Paul Durand-Ruel che lanciò gli Impressionisti rischiando di finire in bancarotta”.

Quale contributo hanno apportato al film le voci di Claire Durand-Ruel e degli altri testimoni?
“Claire ha un rapporto empatico ed emozionale con le opere e con gli autori di cui parliamo. Rappresenta bene il passaggio di testimone tra diverse generazioni che si sono occupate di Impressionismo, perché è a sua volta mercante d’arte e conosce a perfezione la pittura di questo periodo. Ma la vive in una dimensione molto personale, come può fare solo una che vede sua nonna in un quadro di Renoir. E poi ci sono artisti contemporanei che mostrano quanto sia ancora forte l’influenza degli Impressionisti: Giuliano Giuman, per esempio, che ha basato la sua ricerca sull’uso della luce e del colore, o Fabio Lovino, affermato fotografo di cinema, musica e pubblicità, che ci parla del fondamentale rapporto tra l'Impressionismo e la fotografia. Lui arriva a definire gli esperimenti impressionisti come qualcosa di 'punk', io preferisco dire che si tratta di un'arte di rottura”.

Qual è la storia che più ti ha sorpreso durante le ricerche preliminari al film?
“Mi ha colpito molto guardare da vicino la figura del collezionista: miliardari che possono permettersi di appendere sul caminetto un Monet o un Cézanne ma che, diversamente da quanto potremmo aspettarci, vivono il loro ruolo con grande senso di responsabilità. Non si preoccupano solo di custodire un dipinto, ma anche di renderlo accessibile, di condividerlo favorendo la diffusione di un patrimonio che non considerano esclusivamente personale e che esce fuori da logiche puramente economiche. Per il film siamo riusciti a intervistare Scott Black, noto finanziere americano che figura tra i prestatori della mostra, una persona davvero interessante…”.

Che effetto fa avere come set un luogo storico come Palazzo Bonaparte?
“Da romano mi ha emozionato moltissimo entrare in quello scrigno che è Palazzo Bonaparte. Girare di notte nel museo deserto, poter godere di una visione intima e ravvicinata, a tu per tu con grandi capolavori, è stata un’esperienza potente. Ma la sorpresa più grande è arrivata salendo in terrazza: davanti a me si stendeva un panorama mozzafiato della mia città che prima non avrei potuto nemmeno immaginare. Sul grande schermo gli spettatori potranno averne un’idea attraverso le riprese che abbiamo girato con i droni”.

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