Dal 27 febbraio al 29 giugno al Museo del Corso - Polo Museale

La parola a Picasso “lo straniero”. A Roma un racconto dell'uomo e dell'artista tra inediti e sorprese

Picasso lo straniero, allestimento della mostra | Foto: © Vinicio Ferri | Courtesy Succession Picasso by SIAE 2025
 

Samantha De Martin

26/02/2025

Roma - “Esce e rincasa a ore irregolari. La sera esce con Mañach e torna di notte a tarda ora...parla malissimo il francese e si fa capire a malapena”.
È il 1901 e sulla base dei pettegolezzi di una portinaia il commissario Rouquier stila il primo rapporto di polizia su un giovane Picasso tornato a Parigi il 2 maggio dello stesso anno su invito del mercante catalano Pere Mañach che allestisce una mostra alla Galleria Ambroise Vollard. Gli bastano sette settimane per ultimare 64 dipinti gremiti di personaggi stralunati ritratti con colori violenti.
Ma proprio in quella Francia che lo eleverà a “mito nazionale” il maestro malagueño è ancora “lo straniero”, vittima della polizia che ha l’abitudine di sguinzagliare a Monmartre il suo drappello di informatori per cercare di condurlo in una scandalosa trappola.
“Si evince che Picasso condivide le idee del compatriota che lo ospita. Di conseguenza va considerato anarchico”.
Quarant'anni più tardi, la condizione dell'artista non sarebbe cambiata. "Questo straniero dev'essere ritenuto sospetto a livello nazionale" scriverà tale Chevalier, un mediocre funzionario di polizia xenofobo, seguace di Pétain, pittore a tempo perso.
Eccolo il “paradosso Picasso”. Il grande pittore del Novecento che disegnava poveri e saltimbanchi, che riempì le sue tele di circensi, arlecchini, girovaghi un po’ come lui, veniva guardato con sospetto dallo stato solo perché straniero. In realtà la cittadinanza francese Picasso la richiese soltanto una volta. Accadde nel 1940 quando, in un’ Europa infestata dal nazismo, temette per la propria vita. Ma la richiesta di naturalizzazione venne respinta.
Già nel 1914 settecento dei suoi più bei dipinti cubisti erano stati confiscati e, successivamente, venduti all’asta.
Riannodando i fili di questa storia che lega l’uomo all’artista Picasso ci viene incontro un giovane con penetranti occhi neri, la corona di alloro a cingergli la fronte, le labbra ben disegnate, l’ampio collare arricciato. Sembra uscito da un quadro di Velázquez. È a lui, l’Adolescente dalle mani smisurate, il naso deforme, gli occhi asimmetrici, i capelli corvini, ribelli, i colori vivacissimi, appartenenti al mondo del cubismo, che Annie Cohen-Solal curatrice e autrice di Picasso. Una vita da straniero, affida il compito di accogliere i visitatori del Museo del Corso - Polo Museale in un sorprendente viaggio in cui è l’artista, Picasso, a raccontare se stesso.
Il quadro è stato dipinto il 2 agosto 1969 nel sud della Francia da un uomo di ottantotto anni, quattro anni prima della morte, mentre volge la mente verso il proprio passato. E come un aedo o un cantore scomposto al centro di un flashback ci introduce al percorso che porta a Roma la nuova tappa della mostra Picasso lo straniero. Un viaggio di scoperta attraverso oltre cento opere, un nucleo inedito, una sezione dedicata alla primavera romana del 1917 e un approfondimento sulla ceramica come pratica sovversiva.

Organizzata da Fondazione Roma con Marsilio Arte, la mostra, un progetto "corale", apre al Museo del Corso - Polo Museale dal 27 febbraio grazie alla collaborazione con il Musée national Picasso-Paris (MNPP), principale prestatore, il Palais de la Porte Dorée con il Musée national de l’histoire de l’immigration, il Museu Picasso Barcelona, il Musée Picasso di Antibes, il Musée Magnelli - Musée de la céramique di Vallauris e importanti e storiche collezioni private europee.
Terza tappa italiana dopo Palazzo Reale di Milano e Palazzo Te a Mantova, l’esposizione, come ha spiegato Franco Parasassi, presidente di Fondazione Roma, “punta a suscitare stupore, ad alimentare ulteriormente la discussione su Picasso uomo attraverso la narrazione poetica del suo vissuto e un messaggio attuale. Vorremmo che fosse una mostra vissuta oltre che vista e ammirata”.

E in effetti questa “narrazione poetica su Picasso”, come ha definito la mostra Cécile Debray, direttrice del Museo Picasso di Parigi, convince. E non soltanto perché vi sono esposti alcuni inediti assoluti tra cui “Bosco su un versante montano”, un olio su tela montata su tavola dipinto nel 1899 e proveniente dal Museo Picasso di Barcellona e “Al Ristorante” del 1900, da una collezione privata, e poi disegni come “Il doppio ritratto Cocteau/Picasso” del 1962, che si collega proprio alla collaborazione tra i due artisti per il balletto di Parade, realizzato anche per il Teatro dell’Opera di Roma, cornice della tournée romana dei Balletti Russi. Ma perché, grazie a un allestimento ben pensato, cronologico, consente anche a un pubblico ampio, e non necessariamente di addetti ai lavori, di cogliere il cambio di prospettiva del giovane Pablo, quando lasciò Barcellona per raggiungere Parigi, oltre a seguire l’evoluzione della sua arte. Intensa anche la sezione dedicata alla primavera romana del 1917 trascorsa da Pablo Picasso con Jean Cocteau, Erik Satie, Sergej Djaghilev, e Leonid Massine.
A Roma arriva il 17 febbraio per approntare le scene e i costumi di Parade assieme al poeta Jean Cocteau. La trama è semplice: su un boulevard parigino un acrobata, un prestigiatore cinese e una ragazzina americana, affiancati da un impressionante cavallo, eseguono alcuni numeri per attrarre i passanti. Ma la Parigi del 1917, in piena guerra, non è pronta a questo tipo di divagazione e al teatro Chatelet si scatena il finimondo. Solo Apollinaire, reduce di guerra, salendo sul palco in divisa, con la tesa fasciata, era riuscito a placare una folla inferocita contro l’artista.

Quando approda a Roma Picasso ha già viaggiato tanto. Undici anni prima era stato a Gósol un piccolo paesino pirenaico raggiungibile a dorso di mulo dove la polizia non si spingeva. Qui il suo stile vira verso dettagli stilizzati e figure archetipiche, le stesse che daranno vita agli anni eroici del periodo cubista. Il suo rapporto con Roma, in mostra, è una presenza importante. “Come curatrice - spiega Annie Cohen-Solal - ho cercato di lasciare la parola all’artista, un artista che parla attraverso le sue opere. E poi Picasso appartiene a Roma, come dimostra anche il suo nome iscritto nel marmo di via Margutta dove era lo studio in cui ha lavorato nella primavera del 1917”.
Anche Jasmin Blasco, nipote di Pablo, ringrazia quella stessa Roma che accolse il nonno nel 1917, nella quale conobbe il mondo greco e romano, poi ricorda la curiosità del nonno verso la corrida, alimentata ammirando il Colosseo, e ancora l’interesse agli archetipi della Commedia dell’arte, quindi, con un salto temporale, plaude alla cucina romana (in particolare al Pecorino).

La traiettoria estetica e politica di Picasso illustra come l’artista costruisca la propria identità vivendo nella difficile condizione di immigrato. Se nel 1901 viene bollato dalla polizia come "anarchico sotto sorveglianza", trent’anni più tardi, a causa della crisi economica e dell’ondata xenofoba che travolge la Francia, il commissario di polizia gli rilascia la carta d’identità sulla quale appone a caratteri cubitali con un grosso timbro nero la dicitura “Spagnolo”. Nel 1938 si aggiungono le impronte digitali. Il mitologico Minotauro, disegnato e rielaborato negli anni del Surrealismo, sarà il suo doppio, il suo alter ego, figura disarmata, tenuto per mano da una bambina. Esaminando da vicino il periodo che precede la sua ascesa alla fama, la mostra scandaglia le tracce rinvenute negli archivi per portare alla luce, in tutta la loro verità, gli esordi di un giovane artista alla ricerca di un mondo aperto nel quale ancorare il proprio percorso. In un paese iper centralizzato, dalle istituzioni talvolta obsolete, e logorato dalle proprie stesse tensioni, Picasso è riuscito con intelligenza a trovare mirabili strategie di aggiramento.

Il disegno preparatorio del 1942 per la scultura “L’uomo con la pecora” ritrae il corpo di un uomo umile che, come offerta sacrificale, porta sulle spalle una pecorella smarrita. L’opera è una replica ai nudi imponenti di Arno Breker, artista tedesco che nella sua mostra del ’42 al museo dell’Orangerie annunciò l’avvento dell’ “uomo nuovo" nella dinamica del nazismo, e lega il tema pagano dell’Ermete crioforo a quello cristiano del buon pastore, proponendo l’unione tra antiche culture e il contemporaneo. È una risposta sincrona e un political statement dell’artista al fascismo.
"In opposizione al mondo dell’uomo nuovo (stracolmo di eroi, vincitori e conquistatori) - spiega Annie Cohen-Solal - Picasso sceglie di stare dalla parte del debole, del malato, del «degenerato» (l’ebreo, lo zingaro, lo storpio, l’omosessuale, il massone, il bolscevico), cioè dalla parte dell’altro sulla falsariga del notevolissimo Agnus Dei di Zurbarán. Sfida, obolo, sacrificio, cammino verso il martirio? L’uomo con la pecora, di cui Picasso donerà la versione in bronzo al comune di Vallauris nel febbraio del 1950, quando gli verrà conferita la cittadinanza onoraria, è senz’altro una delle testimonianze più significative degli anni dell’occupazione”.

Accompagnata da un catalogo pubblicato da Marsilio Arte, realizzata anche grazie al supporto di BPER Banca, la mostra abbraccia anche un’originale riflessione su Picasso e la ceramica come sfida e arte, attraverso alcuni vasi imperdibili. Bellissimo il foulard realizzato in occasione del Festival Mondial de la Jeunesse et des Etudiants pour la paix. Si tenne a Berlino dal 5 al 19 agosto del 1951. Quattro volti di colori diversi racchiudono una colomba. Paloma di pace. Un messaggio destinato a ieri, ma oggi più che mai attuale.