Sam Francis - Personale
Sam Francis, Senza titolo, 1986
Sam Francis, Senza titolo, 1986, olio su tela, cm 111 x 111
Dal 23 April 2012 al 14 July 2012
Brescia
Luogo: Galleria Agnellini Arte Moderna
Indirizzo: via Soldini 6/A
Orari: da martedì a sabato 10-12.30/ 15.30-19.30
Curatori: Dominique Stella
Telefono per informazioni: +39 030 2944181
E-Mail info: info@agnelliniartemoderna.it
Sito ufficiale: http://www.agnelliniartemoderna.it
Dal 23 aprile al 14 luglio 2012 si terrà alla Galleria Agnellini Arte Moderna di Brescia la personale di Sam Francis a cura di Dominique Stella.La mostra presenta una trentina di opere dell’artista americano, che ripercorrono l’intera esperienza pittorica di Sam Francis, dai primi dipinti che lo collegano all’espressionismo astratto della fine degli anni ’40, includendo l’influenza impressionista francese che segna la sua opera durante il soggiorno parigino tra il 1950 e il 1961. Da questa duplice esperienza, Sam Francis costruisce un'opera autentica e personale nata dal proprio percorso di vita.
Precipitato in mezzo al deserto a seguito di un incidente aereo durante la seconda guerra mondiale (pilota dell'US Air Force, il suo aereo fu abbattuto nel deserto), la grandezza degli spazi sabbiosi illuminati dalla luce accecante del sole e la presenza del cielo immenso, diventano per lui fonte di ispirazione e conducono a una costruzione pittorica nata dallo spazio e dall'infinitamente bianco... Per lui l'uniformità della tela bianca, dove il color sabbia si confonde con il cielo, è quindi ciò che lo porta a dipingere solo lo sfondo, inteso in pittura come luogo dell'infinito. Da lì nasce il seguito del suo percorso: se l'infinito viene dallo sfondo, allora non c'è bisogno di dipingere figure perché ciò che interessa all’artista è "lo spazio che si estende tra le cose". Questo è contrario alla tradizione pittorica: lo sfondo serve solo da spazio teatrale per le figure, il rapporto figura/sfondo incarna invece la storia che il quadro racconta. Sopprimendo le figure, Sam Francis sopprime il finito per conservare solo l'infinito, le sue opere allora non sono altro che un frammento d'infinito che prosegue ben al di là della tela.
Il coinvolgimento fisico dell'artista nella sua opera, così come lo spazio creato, libero e aperto, intrinseco alla tecnica dell' "all over", sono altrettanti elementi che rimandano alla pittura americana successiva alla Seconda Guerra Mondiale. Seguendo Jackson Pollock, Sam Francis adotta un'astrazione lirica e gestuale senza tuttavia accordare un primato al dinamismo del gesto. Il suo spazio, attraversato dal colore, diventa esso stesso colore: "Lo spazio è colore? Il colore, scrive l'artista, è per me la vera sostanza, il punto di partenza che non è né il disegno né la linea".
Il lavoro di Sam Francis, è basato essenzialmente sul colore, come dimostrano le opere in mostra. L'uso della pittura acrilica permette all'artista di realizzare colature e spruzzi, ma soprattutto rende possibili i giochi di trasparenza che conferiscono all'opera la sua luminosità. Le macchie di colore appaiono allora come schegge attraversate dalla luce e rivelano una delle preoccupazioni maggiori dell'artista, meno interessato al "gioco della luce che alla sostanza di cui è fatta". Spesso relegate al margine dell’opera, queste proiezioni di colore prendono l'aspetto di una cornice e interrogano i limiti della superficie, negata virtualmente dalla pratica dell' "all over".
Sam Francis amava lavorare soprattutto sulla carta; questa tecnica gli consentiva una maggior libertà e la consistenza fibrosa offriva un supporto che interagiva con la pittura, conferendo all'opera un aspetto più organico, più profondo. Sam Francis diceva infatti: "La carta è assai più bella della tela. È più profonda. Mi piace il modo in cui la pittura scivola nella fibra".
Precipitato in mezzo al deserto a seguito di un incidente aereo durante la seconda guerra mondiale (pilota dell'US Air Force, il suo aereo fu abbattuto nel deserto), la grandezza degli spazi sabbiosi illuminati dalla luce accecante del sole e la presenza del cielo immenso, diventano per lui fonte di ispirazione e conducono a una costruzione pittorica nata dallo spazio e dall'infinitamente bianco... Per lui l'uniformità della tela bianca, dove il color sabbia si confonde con il cielo, è quindi ciò che lo porta a dipingere solo lo sfondo, inteso in pittura come luogo dell'infinito. Da lì nasce il seguito del suo percorso: se l'infinito viene dallo sfondo, allora non c'è bisogno di dipingere figure perché ciò che interessa all’artista è "lo spazio che si estende tra le cose". Questo è contrario alla tradizione pittorica: lo sfondo serve solo da spazio teatrale per le figure, il rapporto figura/sfondo incarna invece la storia che il quadro racconta. Sopprimendo le figure, Sam Francis sopprime il finito per conservare solo l'infinito, le sue opere allora non sono altro che un frammento d'infinito che prosegue ben al di là della tela.
Il coinvolgimento fisico dell'artista nella sua opera, così come lo spazio creato, libero e aperto, intrinseco alla tecnica dell' "all over", sono altrettanti elementi che rimandano alla pittura americana successiva alla Seconda Guerra Mondiale. Seguendo Jackson Pollock, Sam Francis adotta un'astrazione lirica e gestuale senza tuttavia accordare un primato al dinamismo del gesto. Il suo spazio, attraversato dal colore, diventa esso stesso colore: "Lo spazio è colore? Il colore, scrive l'artista, è per me la vera sostanza, il punto di partenza che non è né il disegno né la linea".
Il lavoro di Sam Francis, è basato essenzialmente sul colore, come dimostrano le opere in mostra. L'uso della pittura acrilica permette all'artista di realizzare colature e spruzzi, ma soprattutto rende possibili i giochi di trasparenza che conferiscono all'opera la sua luminosità. Le macchie di colore appaiono allora come schegge attraversate dalla luce e rivelano una delle preoccupazioni maggiori dell'artista, meno interessato al "gioco della luce che alla sostanza di cui è fatta". Spesso relegate al margine dell’opera, queste proiezioni di colore prendono l'aspetto di una cornice e interrogano i limiti della superficie, negata virtualmente dalla pratica dell' "all over".
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