Marco De Rosa. Arrotino

Arrotino, installazione di Marco De Rosa

 

Dal 16 Ottobre 2021 al 31 Ottobre 2021

Roma

Luogo: Sala Santa Rita

Indirizzo: Via Montanara

Orari: dal martedì alla domenica dalle 18 alle 21

Curatori: Valentina Muzi

Costo del biglietto: ingresso gratuito consentito esclusivamente ai soggetti muniti di una delle certificazioni verdi Covid19

Sito ufficiale: http://www.salasantarita.it


Dal 16 al 31 ottobre la Sala Santa Rita ospiterà Arrotino un’installazione di Marco De Rosa, a cura di Valentina Muzi.

È l’ottavo in ordine cronologico dei 12 progetti vincitori del “Bando di selezione Sala Santa Rita 2021”, promosso da ROMA Culture e affidato in gestione all’Azienda Speciale Palaexpo, nell’ambito della sua missione di “Polo dell’arte e della cultura contemporanea”. Un esperimento che restituisce la Sala Santa Rita alla Città e la trasforma in un osservatorio attraverso il quale avvicinarsi ad opere d’arte di natura diversa, tutte ideate in stretta relazione con il luogo che le ospita e autentiche espressioni della creatività contemporanea. 

L’Arrotino entra e si muove nello spazio. Lo abita per il tempo necessario, per poi fuggire senza lasciar traccia in quel luogo che un tempo era sacro e dedito all’ascolto. Il progetto inedito realizzato da Marco De Rosa per la Sala Santa Rita nasce con l’intento di lavorare e approfondire le potenzialità della sound art, giocando con un elemento “disturbante”. L’architettura riveste un ruolo fondamentale, non solo perché il suono vi alberga, ma anche perché il riverbero che si sviluppa grazie agli spazi dell’ex-Chiesa avvolge il pubblico, conducendolo all’interno di un percorso esperienziale fino al momento di rottura con l’arrivo di un arrotino in movimento. Con questo lavoro, l’artista intende creare un trait d’union tra i codici linguistici dell’arte contemporanea e la sfera popolare, dove l’elemento “banale” e disturbante non solo dinamizza l’immaginazione di chi lo ascolta, ma crea interrogativi su un leitmotiv tanto famigliare quanto sconosciuto che anima, ancora oggi, le vie dei quartieri della Capitale.

Contributo critico della curatrice Valentina Muzi.
Può il banale essere un ponte per il reale?
Davanti a questa domanda ho ripensato a Jean Baudrillard e al suo – sempre attuale - La sparizione dell’Arte, in cui dichiara che “C’è un momento illuminante per l’arte che è quello della propria perdita. C’è un momento illuminante della simulazione, quello in qualche modo del sacrificio, in cui l’arte fa un tuffo nella banalità (Heidegger ha ben detto che il tuffo nella banalità era la seconda caduta dell’Uomo, quindi il suo destino moderno). Ma c’è un momento disilluminato in cui essa apprende a sopravvivere di questa stessa banalità – è un po’ come fallire il proprio suicidio. Riuscire il proprio suicidio è l’arte della sparizione, è saper dare a questa sparizione tutte le suggestioni dell’artificio (…)”. Parto dal termine ‘banale’ – inteso come ordinario e quotidiano, s’intende! – perché è proprio qui che si è tuffato l’artista Marco De Rosa per cogliere l’essenza del soggetto preso in esame nell’opera ideata per gli spazi di Sala Santa Rita. Ed è proprio su questo piano reale e consueto che l’artista trae ispirazione da sempre, scandagliando il contesto urbano nel quale si addentra. Qui, tutti i piccoli dettagli che costellano il nostro microcosmo sono evidenziati nel loro aspetto comune e vitale, capace di cambiare il punto di vista da cui siamo soliti osservare la realtà. Infatti, con l’opera Arrotino il focus si sposta dal soggetto in sé per sperimentare la duplice proprietà del suono e approfondire la ricerca dell’artista romano. Quest’ultimo amplifica la dimensione spaziale e la sua fruizione attraverso diversi espedienti, che si sono affinati con la pratica artistica. Per l’occasione, De Rosa sperimenta le potenzialità della sound art, studiando la sua intrinseca immaterialità e plasmando la sua concreta presenza all’interno dello spazio. Ed ecco allora che una serie di elementi come il metallico sapore delle saracinesche, il discontinuo abbaiare di un cane, come anche la vibrante accensione di un motore, si mixano e albergano nella sala, creando una finestra aperta verso una quotidianità tanto vicina ma vissuta ‘a distanza’. Lì, in quella linea sottile, l’elemento tanto banale quanto riconoscibile dell’arrotino non si pone come soggetto aulico, ma si trasforma in un elemento disturbante capace di disorientare un’ambientazione ordinaria a cui il pubblico – forse per la prima volta in assoluto – si trova ad ascoltare con un’attenzione del tutto interessata. Insomma, come in una ordinaria tarda mattinata, ‘l’arrotino senza volto’ si muove da un capo all’altro della sala, proprio come nelle strade Capitoline, giocando e accentuando la struttura circolare della ex-chiesa. Ma può un suono abitare semplicemente uno spazio, o può anche plasmarlo? Utilizzo questo termine perché mi riconduce ad una dimensione materica, capace di essere esperita attraverso un coinvolgimento fisico oltre che sensoriale. Ebbene, in questo caso, l’opera audio modella il perimetro della sala spingendosi oltre, in una dimensione profonda e senza confini, nella quale il pubblico si perde ogni volta che il segnale dell’arrotino si dissolve. Tra le pieghe di toni marcati, armonici e lievi, lo spettatore viene interrogato su quella realtà che pensa di abitare quotidianamente, ma che in verità continua a pulsare e a muoversi nonostante il disinteresse comune.
Valentina Muzi

Marco De Rosa nasce a Roma il 9 novembre 1991. Frequenta il corso di Scultura presso la Rufa – Rome University of Fine Arts – dove consegue la laurea di secondo livello nel 2015. Tra il 2012 e il 2015 collabora come assistente con vari artisti. Nel 2016 apre insieme ad altri colleghi coetanei lo Spazio In Situ, un artist-run space nel quartiere romano di Tor Bella Monaca dove attualmente lavora. La sua ricerca artistica verte su concetti quali lo spazio, la realtà e l’inutilità intesa come concetto statico di un mondo apparentemente perfetto ma privo di scopo. Lavora attraverso vari medium tra cui fotografia, pittura e istallazione creando opere che l’artista stesso definisce non-ready-made.

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