Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince

rthur Jafa, Mickey Mouse was a Scorpio, 2017 (detail). Private collection © Arthur Jafa / Midnight Robber © Photo: Ian Watts.TV. Richard Prince, Graduation, 2018. Collection of Larry Gagosian © Richard Prince

 

Dal 9 May 2026 al 23 November 2026

Venezia

Luogo: Fondazione Prada

Indirizzo: Santa Croce 2215

Curatori: Nancy Spector

Telefono per informazioni: +39 02 5666 2611

E-Mail info: info@fondazioneprada.org

Sito ufficiale: http://www.fondazioneprada.org


Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince” è la mostra a cura di Nancy Spector allestita nella sede veneziana di Ca’ Corner della Regina che mette in relazione le opere di due tra i più rilevanti artisti americani, Arthur Jafa (1960) e Richard Prince (1949), evidenziando un dialogo creativo finora inesplorato.

Nati a dieci anni di distanza, Jafa e Prince condividono un approccio radicale nei confronti dell’appropriazione e della manipolazione di immagini tratte da film, romanzi pulp, fumetti, video YouTube, racconti di fantascienza, copertine di dischi, poster di rock band, prime edizioni di volumi della Beat Generation, news, cimeli di celebrità e post sui social media.

Attingendo in larga parte alla cultura popolare americana, i due artisti ne mettono a nudo la crudezza e gli inganni, adottandone al contempo miti e perversioni. Entrambi gli artisti tracciano delle topografie specifiche degli Stati Uniti: se Jafa riflette sulla sua identità di uomo afroamericano con la missione di rafforzare il cinema e l’arte Black, Prince oscilla tra una critica lucida della mascolinità bianca e il fascino per il lato oscuro della psiche americana.

La mostra riunisce oltre cinquanta opere, tra fotografie, video, installazioni, sculture e dipinti. Sono inoltre presentati nuovi lavori di Jafa e Prince e una zine realizzata in collaborazione tra i due artisti in cui sono raccolte le immagini che si sono scambiati durante la realizzazione del progetto espositivo.

“Helter Skelter” si sviluppa al piano terra e al primo piano del palazzo veneziano attraverso una serie di accostamenti tematici e concettuali. I lavori dei due artisti sono messi in connessione per evidenziare le rispettive pratiche e far emergere i temi e le ossessioni condivisi. Sottolineando le affinità elettive tra i loro percorsi artistici, la mostra rivela una specifica dimensione vernacolare degli Stati Uniti, dove entrambi gli artisti vivono e lavorano: “Un paese segnato per sempre dal suo passato schiavista; un paese definito dalle straordinarie tradizioni musicali radicate nella cultura Black; un paese capace di trasformare i propri limiti in punti di forza; un paese di spiritualità, preghiera e libertà di espressione; un paese di proteste, sottoculture, umorismo e celebrità”, per usare le parole di Nancy Spector.

Come spiega la curatrice: “Entrambi hanno citato il ready made di Marcel Duchamp, la radicale trasposizione di oggetti dal mondo reale al contesto artistico, come fonte di ispirazione, o come punto di riferimento per le loro rispettive pratiche. In quel passaggio dal fare (realizzando dipinti in stile cubista nella prima fase della sua carriera) al prendere (collocando un orinatoio rovesciato nell’ambito di una mostra), Duchamp ha inaugurato una sorta di pirateria artistica che costituisce il DNA delle metodologie di Jafa e Prince, distinte ma accomunate da intriganti analogie. Entrambi sono rovistatori di immagini. Senza chiedere alcun permesso, si immergono nel serbatoio straripante della cultura visiva – dalle paludi dei social media agli annali del giornalismo cartaceo, dalla galleria di specchi della pubblicità agli archivi di celluloide hollywoodiani – per prelevare tutto ciò che vogliono e convertirlo in arte solo per loro scelta. […] Quello che emerge attraverso le lenti rifrangenti delle pratiche di appropriazione di Jafa e Prince è un’implacabile denuncia dell’America. Tanto nei soggetti quanto nei linguaggi, Jafa e Prince sono artisti profondamente americani che inglobano oggetti e immagini del mondo empirico nelle loro opere convertendoli come ready made: cavalli di Troia, per così dire, progettati per destabilizzare sistemi di credenze consolidati”.

Il titolo della mostra “Helter Skelter” è un palinsesto di significati e riferimenti. Nella sua prima accezione è il nome di un’attrazione dei parchi di divertimento britannici, ma è anche un’espressione colloquiale che indica confusione. “Helter Skelter” è inoltre il titolo di una celebre canzone di Paul McCartney pubblicata nel 1968 nell’LP The Beatles, conosciuto come The White Album. Alla fine di quell’anno, Charles Manson, a capo della sua setta, si appropriò del termine per predire un’imminente guerra razziale apocalittica, nella quale gli afroamericani e i bianchi si sarebbero annientati a vicenda.
Si intitola “Helter Skelter” anche una mostra presentata dal Museum of Contemporary Art di Los Angeles nel 1992, che non includeva nessun artista nero. L’espressione ripresa nel titolo di questo progetto contiene tutta la complessità e la confusione dell’uso improprio che ne è stato fatto nella cultura popolare. È un ready made indisciplinato scelto dagli artisti per sfidare le aspettative, una perfetta definizione della natura composita di questa doppia mostra personale.

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