A Palazzo Strozzi fino al 23 agosto
Quando Rothko incontrò Beato Angelico e Michelangelo. La grande mostra a Firenze
Mark Rothko, No. 21 [Untitled], 1947. Olio su tela di cotone, cm 99,7 x 97,8. Collezione Christopher Rothko, Estate inv. 3242.47 - Cat Rais n. 355
Francesca Grego
17/03/2026
Firenze - Era il 1950 quando Mark Rothko visitò per la prima volta Firenze. Fu una folgorazione. Il Convento di San Marco, soprattutto, lo colpì più di quanto avesse potuto immaginare. Vi tornò per due giorni di seguito a contemplare gli affreschi del Beato Angelico, un’esperienza che segnò la sua carriera e che sarebbe tornato a cercare ancora nella città toscana. Anche il Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana, progettato da Michelangelo, ebbe un impatto fortissimo sulle ricerche dell’artista, che più tardi pensò di riprodurne il mood nelle pitture murali del ristorante Four Season, all’interno del Seagram Building di Philip Johnson e Mies van der Rohe a New York. Tutto questo, naturalmente, in puro stile Rothko, ovvero con risultati che uno spettatore ingenuo mai si sognerebbe di ricondurre ai maestri del Rinascimento. Restio a lasciare il proprio studio e a mettersi in viaggio, nell’Italia - e a Firenze in particolare - il pittore statunitense trovò insomma un luogo di ispirazione unico, come ha raccontato più volte il figlio Christopher. Ecco perché la grande mostra Rothko a Firenze, inaugurata da appena tre giorni a Palazzo Strozzi e già visitata da oltre 5 mila persone, può offrirci una prospettiva originale e preziosa sull’opera di uno dei più notevoli artisti del XX secolo.
A cura di Christopher Rothko ed Elena Geuna, il progetto riunisce fino al prossimo 23 agosto oltre 70 opere - molte delle quali per la prima volta in Italia - in prestito da importanti collezioni private e musei internazionali come il MoMa e il Metropolitan Museum of Art di New York, la Tate di Londra, il Centre Pompidou di Parigi, la National Gallery of Art di Washington. Concepita come un racconto cronologico, la mostra ricostruisce l’evoluzione dell’artista dalla giovinezza negli anni Trenta e Quaranta, dove facciamo conoscenza con un Rothko a volte inatteso, alla maturazione del suo linguaggio pittorico così riconoscibile e caratteristico a metà del Novecento, fino ai grandi progetti degli anni Sessanta, come la celebre Rothko Chapel, o alle opere su carta realizzate negli ultimi mesi di vita, la cui gamma cromatica evoca le tavolozze del Quattrocento italiano.
Da non perdere sono le sezioni allestite nei luoghi più amati da Rothko, il Museo di San Marco e la Biblioteca Medicea Laurenziana, dove le opere dell’artista dialogano con le fonti della sua ispirazione, gli affreschi del Beato Angelico e le architetture di Michelangelo. “Mio padre desiderava che chi osservava i suoi dipinti provasse la stessa esperienza religiosa che lui aveva vissuto mentre li realizzava”, ha affermato Christopher Rothko: “Ispirato dai suoi viaggi a Roma e Firenze, quell'elemento spirituale divenne ancora più centrale. In tutta la mostra abbiamo allestito sale intime dove l'interazione personale con le opere di Rothko è massimizzata e valorizzata dalla loro risonanza con le sale storiche stesse”. All’artista probabilmente l’idea sarebbe piaciuta, desideroso com’era di comunicare con gli spettatori in modo immediato, senza la mediazione dei critici. Così come sembra nelle sue corde l’invito alla contemplazione silenziosa, a immergersi nello spazio pittorico e negli abissi dell’anima.

"Rothko a Firenze", exhibition view, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026. Foto Ela Bialkowska, OKNO Studio
Concepita espressamente per gli ambienti di Palazzo Strozzi, l’esposizione fiorentina è anche un’occasione per conoscere l’arte di Mark Rothko in tutte le sue sfumature. Non tutti sanno, per esempio, che all’inizio della carriera l’artista americano si interessò alla mitologia greca, all’arte primitiva e alla psicoanalisi, restituendole in una figurazione di stampo surrealista ed espressionista. O che i grandi dipinti astratti per cui oggi lo conosciamo, fatti di campiture di colore morbide, atmosferiche, quasi sospese sulla tela, si evolveranno in misura sensibile nel corso degli anni, dando origine a fasi ben riconoscibili da un occhio esperto. Oltre che alle meravigliose tavolozze di Rothko, un’attenzione particolare è riservata al rapporto tra pittura e architettura, elementi inscindibili di una nuova percezione dello spazio volta a oltrepassare la bidimensionalità della tela. A Firenze queste ricerche si nutrono di speciali risonanze con i maestri del passato, prima di esprimersi nei grandi progetti per l’Università di Harvard, per il Seagram Building, per l’Unesco o per la Rothko Chapel di Houston. “Non sono dipinti: ho creato un luogo”, dirà l’artista donando i murali Seagram alla Tate Gallery a condizione che non venissero mai separati.
Al Museo di San Marco cinque opere di piccolo formato, realizzate con varie tecniche e legate a diversi momenti della carriera del pittore, dialogano direttamente con gli affreschi di Beato Angelico, in nome di affinità di colore, spirito e materia. “Entrambi gli artisti condividono il desiderio di evocare un senso di trascendenza, una dimensione al tempo stesso distante e profondamente familiare”, scrivono i curatori: “Se Beato Angelico riesce a coniugare senso del divino e realtà terrena attraverso l’emozione della pittura, Rothko costruisce campiture cromatiche capaci di indurre diverse tensioni emotive, mettendo in discussione i concetti consolidati di astrazione e di teoria del colore”.

"Rothko a Firenze", exhibition view, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026. Foto Ela Bialkowska, OKNO Studio
Alla Biblioteca Medicea Laurenziana due studi preparatori per i pannelli del Seagram Building si confrontano con le potenti architetture che li ispirarono. Rothko ne ha ricordato la genesi così: “Dopo aver lavorato per un po’, mi resi conto di essere stato influenzato, inconsciamente, dalle pareti del Vestibolo della Biblioteca Medicea a Firenze. [Michelangelo] è riuscito a ottenere proprio quella sensazione particolare che ricercavo: ha fatto sì che i visitatori avessero l’impressione di essere imprigionati dentro una stanza in cui le porte e le finestre sono murate, cosicché non resta che sbattere la testa contro il muro per l’eternità”.
“Non è un caso che Firenze costituisca lo scenario di questa mostra”, conclude la curatrice Elena Geuna: “La città ha rappresentato per Rothko l’incontro con un linguaggio visivo che rispecchiava le sue aspirazioni. Se gli affreschi di Beato Angelico sono stati un modello di apertura contemplativa, la Biblioteca Laurenziana apre le porte alla percezione di quel peso esistenziale che lui stesso avrebbe evocato in seguito nelle tele più scure e circoscritte degli anni Sessanta. Nell’evoluzione costante della sua ricerca artistica risuonano l’equilibrio cromatico di Firenze e la sua capacità di rappresentare il visibile quale soglia dell’invisibile. In Firenze e nei suoi maestri Rothko riconosce un’architettura del silenzio che avrebbe definito il suo successivo linguaggio pittorico”.
A cura di Christopher Rothko ed Elena Geuna, il progetto riunisce fino al prossimo 23 agosto oltre 70 opere - molte delle quali per la prima volta in Italia - in prestito da importanti collezioni private e musei internazionali come il MoMa e il Metropolitan Museum of Art di New York, la Tate di Londra, il Centre Pompidou di Parigi, la National Gallery of Art di Washington. Concepita come un racconto cronologico, la mostra ricostruisce l’evoluzione dell’artista dalla giovinezza negli anni Trenta e Quaranta, dove facciamo conoscenza con un Rothko a volte inatteso, alla maturazione del suo linguaggio pittorico così riconoscibile e caratteristico a metà del Novecento, fino ai grandi progetti degli anni Sessanta, come la celebre Rothko Chapel, o alle opere su carta realizzate negli ultimi mesi di vita, la cui gamma cromatica evoca le tavolozze del Quattrocento italiano.
Da non perdere sono le sezioni allestite nei luoghi più amati da Rothko, il Museo di San Marco e la Biblioteca Medicea Laurenziana, dove le opere dell’artista dialogano con le fonti della sua ispirazione, gli affreschi del Beato Angelico e le architetture di Michelangelo. “Mio padre desiderava che chi osservava i suoi dipinti provasse la stessa esperienza religiosa che lui aveva vissuto mentre li realizzava”, ha affermato Christopher Rothko: “Ispirato dai suoi viaggi a Roma e Firenze, quell'elemento spirituale divenne ancora più centrale. In tutta la mostra abbiamo allestito sale intime dove l'interazione personale con le opere di Rothko è massimizzata e valorizzata dalla loro risonanza con le sale storiche stesse”. All’artista probabilmente l’idea sarebbe piaciuta, desideroso com’era di comunicare con gli spettatori in modo immediato, senza la mediazione dei critici. Così come sembra nelle sue corde l’invito alla contemplazione silenziosa, a immergersi nello spazio pittorico e negli abissi dell’anima.

"Rothko a Firenze", exhibition view, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026. Foto Ela Bialkowska, OKNO Studio
Concepita espressamente per gli ambienti di Palazzo Strozzi, l’esposizione fiorentina è anche un’occasione per conoscere l’arte di Mark Rothko in tutte le sue sfumature. Non tutti sanno, per esempio, che all’inizio della carriera l’artista americano si interessò alla mitologia greca, all’arte primitiva e alla psicoanalisi, restituendole in una figurazione di stampo surrealista ed espressionista. O che i grandi dipinti astratti per cui oggi lo conosciamo, fatti di campiture di colore morbide, atmosferiche, quasi sospese sulla tela, si evolveranno in misura sensibile nel corso degli anni, dando origine a fasi ben riconoscibili da un occhio esperto. Oltre che alle meravigliose tavolozze di Rothko, un’attenzione particolare è riservata al rapporto tra pittura e architettura, elementi inscindibili di una nuova percezione dello spazio volta a oltrepassare la bidimensionalità della tela. A Firenze queste ricerche si nutrono di speciali risonanze con i maestri del passato, prima di esprimersi nei grandi progetti per l’Università di Harvard, per il Seagram Building, per l’Unesco o per la Rothko Chapel di Houston. “Non sono dipinti: ho creato un luogo”, dirà l’artista donando i murali Seagram alla Tate Gallery a condizione che non venissero mai separati.
Al Museo di San Marco cinque opere di piccolo formato, realizzate con varie tecniche e legate a diversi momenti della carriera del pittore, dialogano direttamente con gli affreschi di Beato Angelico, in nome di affinità di colore, spirito e materia. “Entrambi gli artisti condividono il desiderio di evocare un senso di trascendenza, una dimensione al tempo stesso distante e profondamente familiare”, scrivono i curatori: “Se Beato Angelico riesce a coniugare senso del divino e realtà terrena attraverso l’emozione della pittura, Rothko costruisce campiture cromatiche capaci di indurre diverse tensioni emotive, mettendo in discussione i concetti consolidati di astrazione e di teoria del colore”.

"Rothko a Firenze", exhibition view, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026. Foto Ela Bialkowska, OKNO Studio
Alla Biblioteca Medicea Laurenziana due studi preparatori per i pannelli del Seagram Building si confrontano con le potenti architetture che li ispirarono. Rothko ne ha ricordato la genesi così: “Dopo aver lavorato per un po’, mi resi conto di essere stato influenzato, inconsciamente, dalle pareti del Vestibolo della Biblioteca Medicea a Firenze. [Michelangelo] è riuscito a ottenere proprio quella sensazione particolare che ricercavo: ha fatto sì che i visitatori avessero l’impressione di essere imprigionati dentro una stanza in cui le porte e le finestre sono murate, cosicché non resta che sbattere la testa contro il muro per l’eternità”.
“Non è un caso che Firenze costituisca lo scenario di questa mostra”, conclude la curatrice Elena Geuna: “La città ha rappresentato per Rothko l’incontro con un linguaggio visivo che rispecchiava le sue aspirazioni. Se gli affreschi di Beato Angelico sono stati un modello di apertura contemplativa, la Biblioteca Laurenziana apre le porte alla percezione di quel peso esistenziale che lui stesso avrebbe evocato in seguito nelle tele più scure e circoscritte degli anni Sessanta. Nell’evoluzione costante della sua ricerca artistica risuonano l’equilibrio cromatico di Firenze e la sua capacità di rappresentare il visibile quale soglia dell’invisibile. In Firenze e nei suoi maestri Rothko riconosce un’architettura del silenzio che avrebbe definito il suo successivo linguaggio pittorico”.
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