Alle Scuderie del Quirinale si chiude il capitolo dei faraoni tra record di pubblico e tour americani
I faraoni, l'America e il sogno dell'eternità
Piero Muscarà
12/06/2026
Roma - C'è qualcosa di curioso nel fatto che la conferenza stampa di chiusura di una mostra sull'antico Egitto si sia trasformata in una riflessione sull'eternità. Domenica 14 giugno si conclude infatti alle Scuderie del Quirinale Tesori dei Faraoni, l'esposizione che dal 24 ottobre 2025 ha portato a Roma oltre 400 mila visitatori e che, complice una domanda superiore alle attese, è rimasta aperta per sei settimane oltre la data inizialmente prevista di chiusura. I numeri sono quelli delle grandi occasioni, ma non rappresentano il cuore della notizia, né per le Scuderie né per l'egittologia.
Nel corso degli anni il palazzo affacciato sul Quirinale ha ospitato esposizioni capaci di attrarre centinaia di migliaia di visitatori. Basti ricordare la celebre mostra dedicata a Caravaggio del 2010, che superò i 580 mila ingressi e trasformò le code davanti alle Scuderie in parte integrante del racconto dell'evento. Allo stesso tempo, l'interesse per l'antico Egitto continua a manifestarsi ben oltre la dimensione della mostra temporanea. Il Museo Egizio di Torino, una delle principali istituzioni museali dedicate alla civiltà faraonica nel mondo, supera stabilmente il milione di visitatori all'anno. Numeri che raccontano quanto questo patrimonio continui a esercitare una capacità di attrazione trasversale, ben al di là delle mode espositive del momento.
Da oltre due secoli, del resto, l'Egitto occupa un posto privilegiato nell'immaginario occidentale. Le piramidi, le tombe reali, le mummie, i tesori dei faraoni appartengono a un repertorio visivo che continua ad affascinare generazioni diverse. È probabilmente il più potente racconto archeologico mai arrivato fino a noi. Una mostra costruita attorno a questo universo simbolico aveva tutte le caratteristiche - e lo diciamo senza sminuire il risultato raggiunto dagli organizzatori a cui va il nostro plauso - per diventare un blockbuster culturale di successo.
Il merito dell'operazione a nostro avviso sta piuttosto nell'essere riuscita a trasformare questa forza evocativa in un progetto scientificamente solido, costruito attorno a 130 reperti provenienti dal Museo Egizio del Cairo e dal Museo di Luxor, molti dei quali esposti per la prima volta fuori dall'Egitto. Un percorso ricco, spettacolare quanto necessario, ma capace anche di restituire la complessità di una civiltà che continua a esercitare una straordinaria capacità di attrazione sul pubblico contemporaneo.
La storia, peraltro, non si concluderà a Roma. Come ha raccontato in conferenza stampa Simone Todorow, amministratore delegato della società Mondo Mostre che ha organizzato l'esposizione, dal prossimo agosto la mostra approderà al Young Museum di San Francisco per poi trasferirsi al Kimbell Art Museum di Fort Worth, in Texas. Due prestigiose istituzioni d'oltreoecano.
Le mostre italiane che viaggiano all'estero non sono certo una novità e Mondo Mostre ha costruito negli anni una parte significativa della propria attività proprio sulla circolazione internazionale di grandi progetti espositivi, in particolare verso i mercati asiatici. Gli Stati Uniti rappresentano tuttavia un caso particolare. Se esiste un paese che ha trasformato la mostra blockbuster in un vero e proprio linguaggio culturale, quel paese è l'America. Il pubblico dei grandi musei statunitensi è abituato a esposizioni monumentali, prestiti eccezionali e produzioni di altissimo livello. Da questo punto di vista, l'approdo italiano dei faraoni a San Francisco e in Texas costituisce probabilmente il risultato più significativo emerso dalla conferenza di finissage.
Eppure il tema che ha occupato più spazio durante l'incontro con la stampa non è stato il tour americano né il brillante bilancio dei visitatori. Si è parlato soprattutto del destino delle mostre una volta terminata la loro vita pubblica. E moltissimo di "virtual tour" - di cui abbiamo potuto vedere un assaggio in conferenza stampa - come lascito di questa esposizione romana che viene a concludersi.
Fabio Tagliaferri, presidente di Ales che ha aperto l'incontro, ha insistito più volte sul ruolo dei nuovi virtual tour promossi dalle Scuderie del Quirinale e sulla possibilità di offrire una forma di continuità a esposizioni che, per definizione, nascono e muoiono nel giro di pochi mesi. Anzi il presidente si è divertito più volte ad evocare l'idea di eternità. Un'idea affascinante ed evocativa, soprattutto quando viene applicata a una civiltà che ha costruito il proprio rapporto con il tempo attorno alla memoria e alla sopravvivenza oltre la morte.
Al suo fianco Matteo Lafranconi ha affrontato la questione da una prospettiva se vogliamo diversa, forse più concreta. Il direttore delle Scuderie ha sottolineato il valore dei virtual tour come strumenti di accessibilità e documentazione. Possono raggiungere chi non ha avuto la possibilità di visitare la mostra, chi vive lontano, chi incontra difficoltà di mobilità o semplicemente chi desidera tornare a osservare il percorso espositivo dopo la visita. Possono conservare la memoria dell'allestimento, delle relazioni costruite tra le opere, della struttura narrativa che guida il visitatore da una sala all'altra.
Ed è probabilmente qui, a nostro avviso, che il discorso diventa più interessante. Perché la tecnologia ha da sempre una relazione complicata con l'idea di eternità. Negli ultimi vent'anni abbiamo assistito a una lunga successione di innovazioni presentate come definitive. Second Life avrebbe dovuto cambiare il nostro modo di vivere gli spazi digitali. I visori Oculus inaugurare una nuova stagione immersiva. Più recentemente il Metaverso di Meta (o Facebook se preferite chiamare così l'azienda di Menlo Park) è stato raccontato come il prossimo orizzonte della cultura e della socialità. Oggi molte di quelle promesse sembrano già appartenere a un'altra epoca. Archeologia del futuro.
Non perché fossero necessariamente cattive idee. Semplicemente perché l'innovazione vive di trasformazioni continue. Ciò che appare rivoluzionario oggi viene sostituito domani da qualcosa di diverso.
Forse, allora, la questione non riguarda tanto il mezzo quanto ciò che il mezzo trasporta. Le mostre, come il teatro e come il cinema, sono prima di tutto costruzioni narrative. Nascono da una sequenza di immagini, di oggetti, di relazioni e di significati. Un virtual tour può conservarne la traccia e renderla accessibile. Può documentare un percorso e custodirne la memoria. È una funzione utile e in alcuni casi preziosa.Ma se si parla davvero di permanenza culturale, la sfida è un'altra. Se si parla di "emozioni", queste mancano in modo strutturalmente evidente.
La storia della cultura dimostra che ciò che attraversa il tempo non è quasi mai il supporto. Sono i contenuti. Sono le storie. Sono le emozioni che quelle storie riescono a generare. Da questo punto di vista il richiamo al cinema evocato durante la conferenza appare a noi particolarmente pertinente. Un film, un documentario, un'opera audiovisiva possiedono una capacità unica di sopravvivere alla propria epoca, di essere rivisti, reinterpretati, scoperti da pubblici lontanissimi nel tempo rispetto a quelli per cui erano stati concepiti. Hollywood ha costruito su questo principio una delle più potenti industrie della memoria mai esistite.
Forse è lì che si nasconde la forma più convincente di continuità. Non nella conservazione di un'esperienza attraverso un supporto tecnologico destinato prima o poi a cambiare, ma nella capacità di continuare a raccontarla.
Nel corso degli anni il palazzo affacciato sul Quirinale ha ospitato esposizioni capaci di attrarre centinaia di migliaia di visitatori. Basti ricordare la celebre mostra dedicata a Caravaggio del 2010, che superò i 580 mila ingressi e trasformò le code davanti alle Scuderie in parte integrante del racconto dell'evento. Allo stesso tempo, l'interesse per l'antico Egitto continua a manifestarsi ben oltre la dimensione della mostra temporanea. Il Museo Egizio di Torino, una delle principali istituzioni museali dedicate alla civiltà faraonica nel mondo, supera stabilmente il milione di visitatori all'anno. Numeri che raccontano quanto questo patrimonio continui a esercitare una capacità di attrazione trasversale, ben al di là delle mode espositive del momento.
Da oltre due secoli, del resto, l'Egitto occupa un posto privilegiato nell'immaginario occidentale. Le piramidi, le tombe reali, le mummie, i tesori dei faraoni appartengono a un repertorio visivo che continua ad affascinare generazioni diverse. È probabilmente il più potente racconto archeologico mai arrivato fino a noi. Una mostra costruita attorno a questo universo simbolico aveva tutte le caratteristiche - e lo diciamo senza sminuire il risultato raggiunto dagli organizzatori a cui va il nostro plauso - per diventare un blockbuster culturale di successo.
Il merito dell'operazione a nostro avviso sta piuttosto nell'essere riuscita a trasformare questa forza evocativa in un progetto scientificamente solido, costruito attorno a 130 reperti provenienti dal Museo Egizio del Cairo e dal Museo di Luxor, molti dei quali esposti per la prima volta fuori dall'Egitto. Un percorso ricco, spettacolare quanto necessario, ma capace anche di restituire la complessità di una civiltà che continua a esercitare una straordinaria capacità di attrazione sul pubblico contemporaneo.
La storia, peraltro, non si concluderà a Roma. Come ha raccontato in conferenza stampa Simone Todorow, amministratore delegato della società Mondo Mostre che ha organizzato l'esposizione, dal prossimo agosto la mostra approderà al Young Museum di San Francisco per poi trasferirsi al Kimbell Art Museum di Fort Worth, in Texas. Due prestigiose istituzioni d'oltreoecano.
Le mostre italiane che viaggiano all'estero non sono certo una novità e Mondo Mostre ha costruito negli anni una parte significativa della propria attività proprio sulla circolazione internazionale di grandi progetti espositivi, in particolare verso i mercati asiatici. Gli Stati Uniti rappresentano tuttavia un caso particolare. Se esiste un paese che ha trasformato la mostra blockbuster in un vero e proprio linguaggio culturale, quel paese è l'America. Il pubblico dei grandi musei statunitensi è abituato a esposizioni monumentali, prestiti eccezionali e produzioni di altissimo livello. Da questo punto di vista, l'approdo italiano dei faraoni a San Francisco e in Texas costituisce probabilmente il risultato più significativo emerso dalla conferenza di finissage.
Eppure il tema che ha occupato più spazio durante l'incontro con la stampa non è stato il tour americano né il brillante bilancio dei visitatori. Si è parlato soprattutto del destino delle mostre una volta terminata la loro vita pubblica. E moltissimo di "virtual tour" - di cui abbiamo potuto vedere un assaggio in conferenza stampa - come lascito di questa esposizione romana che viene a concludersi.
Fabio Tagliaferri, presidente di Ales che ha aperto l'incontro, ha insistito più volte sul ruolo dei nuovi virtual tour promossi dalle Scuderie del Quirinale e sulla possibilità di offrire una forma di continuità a esposizioni che, per definizione, nascono e muoiono nel giro di pochi mesi. Anzi il presidente si è divertito più volte ad evocare l'idea di eternità. Un'idea affascinante ed evocativa, soprattutto quando viene applicata a una civiltà che ha costruito il proprio rapporto con il tempo attorno alla memoria e alla sopravvivenza oltre la morte.
Al suo fianco Matteo Lafranconi ha affrontato la questione da una prospettiva se vogliamo diversa, forse più concreta. Il direttore delle Scuderie ha sottolineato il valore dei virtual tour come strumenti di accessibilità e documentazione. Possono raggiungere chi non ha avuto la possibilità di visitare la mostra, chi vive lontano, chi incontra difficoltà di mobilità o semplicemente chi desidera tornare a osservare il percorso espositivo dopo la visita. Possono conservare la memoria dell'allestimento, delle relazioni costruite tra le opere, della struttura narrativa che guida il visitatore da una sala all'altra.
Ed è probabilmente qui, a nostro avviso, che il discorso diventa più interessante. Perché la tecnologia ha da sempre una relazione complicata con l'idea di eternità. Negli ultimi vent'anni abbiamo assistito a una lunga successione di innovazioni presentate come definitive. Second Life avrebbe dovuto cambiare il nostro modo di vivere gli spazi digitali. I visori Oculus inaugurare una nuova stagione immersiva. Più recentemente il Metaverso di Meta (o Facebook se preferite chiamare così l'azienda di Menlo Park) è stato raccontato come il prossimo orizzonte della cultura e della socialità. Oggi molte di quelle promesse sembrano già appartenere a un'altra epoca. Archeologia del futuro.
Non perché fossero necessariamente cattive idee. Semplicemente perché l'innovazione vive di trasformazioni continue. Ciò che appare rivoluzionario oggi viene sostituito domani da qualcosa di diverso.
Forse, allora, la questione non riguarda tanto il mezzo quanto ciò che il mezzo trasporta. Le mostre, come il teatro e come il cinema, sono prima di tutto costruzioni narrative. Nascono da una sequenza di immagini, di oggetti, di relazioni e di significati. Un virtual tour può conservarne la traccia e renderla accessibile. Può documentare un percorso e custodirne la memoria. È una funzione utile e in alcuni casi preziosa.Ma se si parla davvero di permanenza culturale, la sfida è un'altra. Se si parla di "emozioni", queste mancano in modo strutturalmente evidente.
La storia della cultura dimostra che ciò che attraversa il tempo non è quasi mai il supporto. Sono i contenuti. Sono le storie. Sono le emozioni che quelle storie riescono a generare. Da questo punto di vista il richiamo al cinema evocato durante la conferenza appare a noi particolarmente pertinente. Un film, un documentario, un'opera audiovisiva possiedono una capacità unica di sopravvivere alla propria epoca, di essere rivisti, reinterpretati, scoperti da pubblici lontanissimi nel tempo rispetto a quelli per cui erano stati concepiti. Hollywood ha costruito su questo principio una delle più potenti industrie della memoria mai esistite.
Forse è lì che si nasconde la forma più convincente di continuità. Non nella conservazione di un'esperienza attraverso un supporto tecnologico destinato prima o poi a cambiare, ma nella capacità di continuare a raccontarla.
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