In mostra fino al 27 settembre

Visitazione di Raffaello torna all’Aquila dopo 400 anni

La Visitazione all'Aquila. Raffaello e Pontormo I courtesy Museo Nazionale d’Abruzzo
 

Francesca Grego

29/06/2026

L'Aquila - Era il 1655 quando, dietro pressanti insistenze, Papa Alessandro VII autorizzò la consegna a re Filippo IV di Spagna della Visitazione dipinta da Raffaello per la cappella di famiglia dell’amico Giovan Battista Branconio nella Chiesa di San Silvestro all’Aquila. Nonostante le proteste degli aquilani, il quadro non avrebbe più fatto ritorno in città. Ecco perché a quasi 400 anni dalla sua partenza, l’esposizione della Visitazione al MuNDA - Museo Nazionale d’Abruzzo ha quasi il sapore di una rivincita. 

Tra gli eventi di spicco nell’anno in cui L’Aquila è Capitale italiana della Cultura, fino al prossimo 27 settembre la mostra accoglie il dipinto arrivato dal Museo del Prado di Madrid e lo mette a confronto con un’altra celebre dal medesimo tema: la Visitazione di Carmignano di Pontormo, concessa in prestito dalla Diocesi di Pistoia. “Due capolavori dipinti a pochi anni di distanza l’uno dall’altro, ma altrimenti collegati dalla loro iconografia comune” rappresentano “filoni divergenti della produzione artistica tra il 1517 e il 1530”, spiega Tom Henry, curatore della mostra insieme alla direttrice del MuNDA Federica Zalabra. 

Attorno alle Visitazioni di Raffaello e Pontormo, nello scenario del Castello Cinquecentesco dell’Aquila una selezione di dipinti, disegni, stampe, modelli architettonici e documenti d’archivio traghetta il pubblico oltre il dialogo tra i quadri principali, indagando da un lato la storia del capolavoro dell’Urbinate, dall’altro la figura del committente Branconio, potente aquilano nella Roma di Papa Leone X, che Raffaello raffigura accanto a sé nel celebre dipinto Autoritratto con un amico. Oltre a restituire, suppur temporaneamente, l’opera perduta ai cittadini dell’Aquila, il progetto si propone infine di “aprire nuove linee guida sulla bottega di Raffaello, sul circuito di relazioni tra artisti e committenti e sul ruolo di Branconio come promotore e mediatore culturale”, scrivono i curatori. 

Rampollo di un’agiata famiglia aquilana, Giovan Battista Branconio si trasferì a Roma giovanissimo per esercitare l’attività di orafo nella bottega di fiducia di un influente cardinale. Ma la sua rapida e chiacchierata ascesa - di lui parla Pietro Aretino nella commedia La cortigiana, e non è tenero - non ha nulla a che fare con l’oreficeria: grazie alle sue amicizie in Vaticano, nel 1513 Branconio è nominato consigliere e “cameriere segreto” di Leone X, appena eletto al soglio pontificio. Negli anni successivi diventerà famoso nell’Urbe come custode dell’elefante Annone, donato al papa dal re di Portogallo. 

È nella veste di consigliere artistico del pontefice che Giovan Battista incontra Raffaello, che progetterà per lui un palazzo a ridosso del Vaticano. Oggi Palazzo Branconio dell’Aquila non esiste più, ma sappiamo che, con innovazioni libere ed eleganti, anticipava i futuri sviluppi dell’architettura romana: “cosa bellissima”, lo definì Giorgio Vasari. Alla morte di Raffaello Giovan Battista sarà suo esecutore testamentario, ma prima dipingerà per lui, insieme ad allievi come Giulio Romano e Giovan Francesco Penni, la tavola della Visitazione, come dono per il padre Marino Branconio. L’opera presenta in primo piano l’incontro tra la Vergine Maria incinta e la cugina Elisabetta, ancora sorpresa per la miracolosa gravidanza che l’ha interessata in tarda età. Sullo sfondo, il Battesimo di Cristo è illuminato da una sfolgorante  apparizione di Dio Creatore. Il dipinto è ricco di riferimenti alla famiglia di Branconio, la cui madre Elisabetta aveva scelto per il figlio il nome di Giovanni Battista. 

Dopo l’arrivo in Spagna la Visitazione fu donata da Filippo IV al Monastero dell’Escorial, un luogo simbolo della monarchia iberica, dove l’allestimento del quadro di Raffaello fu curato da Diego Velàsquez. Le avventure del dipinto, tuttavia, non finiscono qui: requisito dai francesi durante l’occupazione napoleonica, fu trasferito al Louvre, dove fu trasportato su tela in seguito al deterioramento del supporto ligneo. Con la Restaurazione l’opera tornò all’Escorial, dove rimase fino al 1837, quando entrò a far parte delle collezioni del Prado.