Al Chiostro del Bramante dal 22 marzo al 26 agosto

Turner, il mago della luce e del colore in mostra a Roma

Joseph Mallord William Turner, The Castle of St Angelo, Inciso nel 1832, Acquerello, guazzo e inchiostro su carta, 210 x 171 mm, Tate, Bequeathed by Beresford Rimington Heaton 1940 | Courtesy of Chiostro del Bramante 2018
 

Samantha De Martin

21/03/2018

Roma - “Si comincia a creare solo quando si smette di avere timore” si legge su una delle pareti color pastello che al Chiostro del Bramante incorniciano un Turner intimo, privato, che dalla Tate di Londra giunge a Roma dopo 50 anni di assenza dai musei della capitale.
Ed in effetti di coraggio ne ebbe molto il “pittore della luce”, soprattutto quando trovò la forza e la libertà di proseguire sulla strada dell’innovazione, nonostante l’impatto rivoluzionario che le sue creazioni ebbero sul pubblico contemporaneo e sulle generazioni successive. E che determinò talvolta insuccessi clamorosi. Come nel caso dell’esposizione a Roma del 1828, durante la quale, nel suo atelier di Piazza Mignanelli, opere dal carattere fortamente innovativo si rivelarono un vero fiasco, con tanto di sarcastica caricatura nei confronti del pittore e di indicibili commenti lasciati dagli appena mille visitatori.

Ed eccolo, oggi Joseph Mallord William Turner, celebrato, con un’accoglienza decisamente diversa da allora, dal Chiostro del Bramante che, dopo lo straordinario successo degli appuntamenti dedicati all’arte contemporanea - e con in agenda il prossimo progetto dedicato al sogno, intitolato Dream - torna a riappropriarsi dell’Ottocento con una mostra monografica dedicata a uno degli esponenti più illustri della pittura inglese: "Turner. Opere dalla Tate".  FOTO: TURNER. Opere dalla tate
Una collezione unica, composta da 92 opere - tra acquerelli, disegni, album ed una selezione di oli - che, esposte tutte insieme in Italia per la prima volta, presentano un Turner diverso, intento a esplorare e sperimentare attraverso la tecnica della luce. Ed ha ragione David Blayney Brown, il curatore del percorso, quando dice che tra le sale del Chiostro è come se  guardassimo il pittore di spalle, mentre lavora, partecipando al processo creativo così intimo, così privato di questo artista senza tempo, maestro del paesaggio, dell’acquerello, capace di rendere un punto di luce, un tempo irripetibile, una folata, con la sua arte sempre alla ricerca del pittoresco e del sublime.
«Si tratta di una collezione speciale - spiega Brown - perché Turner, con la sua continua sperimentazione, è stato un artista speciale. Le opere in mostra si distinguono per le loro caratteristiche, più vicine agli aspetti intimi del maestro, rispetto a quelle eseguite per il pubblico o su commissione. Sono opere senza tempo, che potrebbero essere state realizzate oggi, oppure domani».

I prestiti, in mostra fino al 26 agosto, sono stati selezionati dal vastissimo lascito - che comprende 30mila lavori cartacei, 300 oli, studi preparatori, disegni non finiti - conosciuto come “Turner Bequest”, donato alla Gran Bretagna nel 1856, cinque anni dopo la morte dell’artista, e conservato quasi interamente presso la Tate. Si tratta del corpus di lavori che il pittore teneva con sé nel proprio studio, realizzati nel corso degli anni, “per diletto”, e che rappresentano una sorta di “diario” attraverso cui emozioni, ricordi, frammenti di viaggio e di paesaggio, raccontano l’evoluzione del linguaggio stilistico di Turner e quell’incessante e ineguagliabile ricerca poetica volta a sperimentare le potenzialità espressive della luce e del colore.

Le sei sezioni, ciascuna contraddistinta da colori diversi, conducono il visitatore dentro questo cantuccio dell’artista, invitandolo ad assaporare con calma un universo descritto da ampie e morbide pennellate di colore, dalle quali emergono chiese e delfini, fari e paesaggi alpini, dettagli che sembrano trapelare da un’esplosione di luce, come in un miracolo, catturati dallo sguardo penetrante e insistente del visitatore.
D’altronde Turner lavorava principalmente en plein air ed era solito portare avanti le sue ricerche sul colore fino a quando “non erano in grado di esprimere l’idea che aveva in testa”. Una volta sentiti, respirati i profumi, le sensazioni all’aria aperta, il pittore rielaborava in un secondo momento all’interno del suo studio, o magari in una locanda, le impressioni di luce e colore, combinando la sua fenomenale memoria visiva con una vivida immaginazione ed un ineguagliato controllo tecnico.
Motivo che portò i contemporanei a pensare che “fosse solito dipingere con gli occhi, con il naso, oltre che con le mani”.

I primi studi sull’architettura e sul paesaggio, gli anni giovanili nei quali conobbe lo splendore delle Alpi Svizzere e studiò i dipinti di Tiziano e Poussin conservati al Louvre, cedono il posto all’esplorazione dell’Inghilterra e soprattutto ai viaggi oltremare che, per quasi 30 anni, a partire dal 1815, lo videro impegnato tra Belgio, Paesi Bassi, Valle del Reno e anche in Italia, dove soggiornò tra il 1819 e il 1820, spostandosi tra Roma, Napoli e Venezia, prima di raggiungere nuovamente Roma, nel 1828. Quello italiano fu un momento chiave nella carriera dell’artista.

La sezione intitolata “Luce e colore” reca traccia dei disegni generalmente chiamati Colour Beginnings, composti a partire dal 1810, e che lo spettatore moderno potrebbe assimilare a una sorta di dichiarazione dello stato d’animo del pittore e delle atmosfere interpretate in modo soggettivo.
“Turista annuale” ripercorre invece alcuni dei viaggi di Turner, con incursioni di vedute alpine realizzate nel 1836 in Francia, Svizzera, Val d’Aosta, e dipinte direttamente all’aria aperta. Dense di magia e suggestione sono anche le opere della maturità che ritraggono Venezia, riflessa sulla laguna, in ogni momento del giorno e della notte, e che si caratterizzano per un linguaggio espressivo estremamente contemporaneo che anticipa le ricerche linguistiche degli artisti delle generazioni successive.

E poi c’è Roma, bellissima e romantica, immortalata dal maestro tanto apprezzato anche da Monet, con il suo Foro, con l’Arco di Tito e il tempio di Venere, con L’Arco di Costantino,e ancora Castel Sant’Angelo.

Nel corso dell’esposizione, prima e importante collaborazione tra Tate e Chiostro del Bramante, il visitatore ha la possibilità di immergersi nelle atmosfere dell’Inghilterra al tempo di Turner, grazie al video mapping a 360 gradi ideato dal videoartista francese Fabien Iliou.
Ed è così che il viaggio nell’anima dell’artista, ma soprattutto dell’uomo Turner, capace di ispirare le generazioni successive, anticipando le tendenze stilistiche della fine del XIX secolo, diventa un’esperienza dei sensi, un approfondimento storico-artistico che lascia negli occhi di chi osserva mare e tempesta, arcobaleni e cieli carichi di pioggia, ponti e abbazie, un bagliore di luce che rapisce e stordisce, incanta e sconvolge con la sua ammaliante carica senza tempo.

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