Do U Dare, a Palazzo Marin a Venezia fino al 6 settembre 2026
Il coraggio di Shirin Neshat nell'America di oggi
Shirin Neshat, Do U Dare!, 2025 | courtesy © the artist, Gladstone, Lia Rumma Gallery
Piero Muscarà
22/05/2026
Venezia - C'è una mostra a Venezia, nella moltitudine di esposizioni che affollano la città nei giorni della Biennale dell’arte, che vale la pena andare a vedere. È una mostra di un’artista che con dolcezza ci conduce per mano in territori inesplorati, scomodi, spesso dimenticati. Un’artista che non ha paura di usare la bellezza delle sue immagini, l’estetica dei linguaggi contemporanei, per sfidare il luogo comune, l’ignavia, la facile risposta alle domande più complesse.
Parliamo di Do U Dare!, la nuova trilogia filmica di Shirin Neshat presentata a Palazzo Marin. Dietro questa operazione c’è una macchina importante: Banca Ifis, Associazione Genesi, Gladstone Gallery, Lia Rumma, la curatela di Ilaria Bernardi e Bartolomeo Pietromarchi. Ma oltre questa struttura economica e narrativa e questa bella cornice, c’è soprattutto Shirin Neshat. Un’artista che proprio a Venezia, molti anni fa, è salita alla ribalta della scena internazionale portando il suo sguardo poetico e politico a confrontarsi con temi come il potere, l’interiorità, la violenza, l’esilio.
Neshat non lavora mai per slogan. Non costruisce opere che cercano consenso immediato. Al contrario, le sue immagini sembrano rallentare il giudizio, sospenderlo, costringerci a restare dentro una contraddizione più a lungo del necessario. È qualcosa che attraversa tutto il suo lavoro, dalle fotografie di Women of Allah fino ai film più recenti: la volontà di abitare il conflitto senza semplificarlo. In una lunga conversazione che abbiamo avuto qualche tempo fa, Neshat rifiutava apertamente l’idea di essere un’artista “di propaganda”. Diceva di sentirsi piuttosto una nomade, qualcuno che vive permanentemente tra mondi diversi, incapace di appartenere completamente a uno solo.
Do U Dare! nasce da una storia reale. Quella di Nasim Najafi Aghdam, giovane iraniana emigrata negli Stati Uniti da bambina insieme alla famiglia bahá’í. Cresciuta in California, Nasim costruisce online un universo personale fatto di video musicali, travestimenti, danza, ironia, provocazione, animalismo radicale, estetica pop e identità continuamente mutevoli. Un mondo fragile, caotico, a tratti persino ingenuo, che però rappresenta per lei una forma di esistenza. Un modo per essere vista.
Quando YouTube modifica gli algoritmi e le politiche di monetizzazione penalizzando molti piccoli creator, Nasim interpreta quella scelta come una forma di censura e di esclusione. Nel 2018 entra armata nella sede dell’azienda in California, ferisce tre persone e si toglie la vita.
Ma sarebbe un errore leggere Do U Dare! come un’opera sul gesto estremo di Nasim Aghdam. Quello che interessa davvero Neshat è quello che viene prima. La lenta costruzione di una frattura. Il modo in cui un’identità si forma e si deforma dentro il desiderio di integrazione, di riconoscimento, di visibilità.
La protagonista della trilogia cammina continuamente. Attraversa quartieri periferici di immigrati a Brooklyn, osserva Wall Street, entra in metropolitane, teatri abbandonati, negozi di parrucche, case piene di manichini. È sempre dentro il paesaggio americano ma sembra non appartenergli mai davvero. I suoi movimenti hanno qualcosa di sospeso, quasi ipnotico. Come se il tempo della protagonista scorresse a una velocità diversa rispetto a quello del mondo attorno a lei.
Il momento più inquietante della mostra arriva forse proprio dentro quel negozio di parrucche popolato da teste artificiali, identità seriali, volti sospesi nel vuoto. Le parrucche diventano maschere sociali, possibilità alternative di esistenza, versioni continuamente modificabili del sé. È lì che si comprende davvero cosa stia raccontando Neshat: non soltanto il trauma dell’esilio, ma la pressione continua a reinventarsi per restare visibili.
Ed è probabilmente qui che la mostra trova il suo centro più inquieto. Perché l’America raccontata da Neshat non appare come il luogo della liberazione opposto all’Iran della repressione religiosa e politica. È piuttosto un altro sistema di disciplinamento. Più seduttivo. Più invisibile. Più difficile da identificare.
La violenza cambia forma. Non è più soltanto quella esplicita del regime, della censura politica, del controllo ideologico. Diventa la violenza dell’algoritmo. Delle piattaforme che stabiliscono chi esiste e chi scompare. Chi viene visto e chi resta invisibile. Chi può partecipare al flusso della rappresentazione contemporanea e chi invece ne viene espulso.
Neshat coglie qualcosa che raramente il mondo dell’arte riesce davvero a raccontare: il rapporto ormai inseparabile tra identità e performance. Nasim costruisce continuamente se stessa attraverso immagini, maschere, travestimenti, personaggi. Non esiste più una distinzione chiara tra vita privata e rappresentazione pubblica. Esistere significa produrre immagini di sé. Restare visibili. Continuare a occupare uno spazio dentro il flusso incessante della comunicazione contemporanea.
Eppure Do U Dare! non è mai un pamphlet contro la tecnologia o contro l’America. O meglio, non è solo questo. La forza del lavoro di Neshat sta proprio nella sua capacità di non trasformare mai la complessità in tesi ideologica. Nasim non viene raccontata come vittima né come eroina. Rimane una figura tragica, fragile, contraddittoria. Una donna che cerca disperatamente di trovare un posto dentro un sistema che promette libertà assoluta ma produce continuamente nuove forme di esclusione.
Forse è questo che rende Do U Dare! una delle mostre più disturbanti della Biennale. Perché alla fine Nasim Aghdam smette di apparire come una figura estrema o lontana. Diventa piuttosto il riflesso deformato di una società in cui esistere significa esporsi continuamente allo sguardo degli altri, degli algoritmi, del mercato. E dove la solitudine può crescere proprio nel luogo che promette connessione infinita.
Parliamo di Do U Dare!, la nuova trilogia filmica di Shirin Neshat presentata a Palazzo Marin. Dietro questa operazione c’è una macchina importante: Banca Ifis, Associazione Genesi, Gladstone Gallery, Lia Rumma, la curatela di Ilaria Bernardi e Bartolomeo Pietromarchi. Ma oltre questa struttura economica e narrativa e questa bella cornice, c’è soprattutto Shirin Neshat. Un’artista che proprio a Venezia, molti anni fa, è salita alla ribalta della scena internazionale portando il suo sguardo poetico e politico a confrontarsi con temi come il potere, l’interiorità, la violenza, l’esilio.
Neshat non lavora mai per slogan. Non costruisce opere che cercano consenso immediato. Al contrario, le sue immagini sembrano rallentare il giudizio, sospenderlo, costringerci a restare dentro una contraddizione più a lungo del necessario. È qualcosa che attraversa tutto il suo lavoro, dalle fotografie di Women of Allah fino ai film più recenti: la volontà di abitare il conflitto senza semplificarlo. In una lunga conversazione che abbiamo avuto qualche tempo fa, Neshat rifiutava apertamente l’idea di essere un’artista “di propaganda”. Diceva di sentirsi piuttosto una nomade, qualcuno che vive permanentemente tra mondi diversi, incapace di appartenere completamente a uno solo.
Do U Dare! nasce da una storia reale. Quella di Nasim Najafi Aghdam, giovane iraniana emigrata negli Stati Uniti da bambina insieme alla famiglia bahá’í. Cresciuta in California, Nasim costruisce online un universo personale fatto di video musicali, travestimenti, danza, ironia, provocazione, animalismo radicale, estetica pop e identità continuamente mutevoli. Un mondo fragile, caotico, a tratti persino ingenuo, che però rappresenta per lei una forma di esistenza. Un modo per essere vista.
Quando YouTube modifica gli algoritmi e le politiche di monetizzazione penalizzando molti piccoli creator, Nasim interpreta quella scelta come una forma di censura e di esclusione. Nel 2018 entra armata nella sede dell’azienda in California, ferisce tre persone e si toglie la vita.
Ma sarebbe un errore leggere Do U Dare! come un’opera sul gesto estremo di Nasim Aghdam. Quello che interessa davvero Neshat è quello che viene prima. La lenta costruzione di una frattura. Il modo in cui un’identità si forma e si deforma dentro il desiderio di integrazione, di riconoscimento, di visibilità.
La protagonista della trilogia cammina continuamente. Attraversa quartieri periferici di immigrati a Brooklyn, osserva Wall Street, entra in metropolitane, teatri abbandonati, negozi di parrucche, case piene di manichini. È sempre dentro il paesaggio americano ma sembra non appartenergli mai davvero. I suoi movimenti hanno qualcosa di sospeso, quasi ipnotico. Come se il tempo della protagonista scorresse a una velocità diversa rispetto a quello del mondo attorno a lei.
Il momento più inquietante della mostra arriva forse proprio dentro quel negozio di parrucche popolato da teste artificiali, identità seriali, volti sospesi nel vuoto. Le parrucche diventano maschere sociali, possibilità alternative di esistenza, versioni continuamente modificabili del sé. È lì che si comprende davvero cosa stia raccontando Neshat: non soltanto il trauma dell’esilio, ma la pressione continua a reinventarsi per restare visibili.
Ed è probabilmente qui che la mostra trova il suo centro più inquieto. Perché l’America raccontata da Neshat non appare come il luogo della liberazione opposto all’Iran della repressione religiosa e politica. È piuttosto un altro sistema di disciplinamento. Più seduttivo. Più invisibile. Più difficile da identificare.
La violenza cambia forma. Non è più soltanto quella esplicita del regime, della censura politica, del controllo ideologico. Diventa la violenza dell’algoritmo. Delle piattaforme che stabiliscono chi esiste e chi scompare. Chi viene visto e chi resta invisibile. Chi può partecipare al flusso della rappresentazione contemporanea e chi invece ne viene espulso.
Neshat coglie qualcosa che raramente il mondo dell’arte riesce davvero a raccontare: il rapporto ormai inseparabile tra identità e performance. Nasim costruisce continuamente se stessa attraverso immagini, maschere, travestimenti, personaggi. Non esiste più una distinzione chiara tra vita privata e rappresentazione pubblica. Esistere significa produrre immagini di sé. Restare visibili. Continuare a occupare uno spazio dentro il flusso incessante della comunicazione contemporanea.
Eppure Do U Dare! non è mai un pamphlet contro la tecnologia o contro l’America. O meglio, non è solo questo. La forza del lavoro di Neshat sta proprio nella sua capacità di non trasformare mai la complessità in tesi ideologica. Nasim non viene raccontata come vittima né come eroina. Rimane una figura tragica, fragile, contraddittoria. Una donna che cerca disperatamente di trovare un posto dentro un sistema che promette libertà assoluta ma produce continuamente nuove forme di esclusione.
Forse è questo che rende Do U Dare! una delle mostre più disturbanti della Biennale. Perché alla fine Nasim Aghdam smette di apparire come una figura estrema o lontana. Diventa piuttosto il riflesso deformato di una società in cui esistere significa esporsi continuamente allo sguardo degli altri, degli algoritmi, del mercato. E dove la solitudine può crescere proprio nel luogo che promette connessione infinita.
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