Quarto Dialogo. Attorno a Lotto

Lorenzo Lotto, Ritratto di gentiluomo di casa Rovero, 1530-1532 circa, Olio su tela | Courtesy of Archivio fotografico Gallerie dell’Accademia, su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Museo Nazionale Gallerie dell’Accademia di Venezia

 

Dal 30 Marzo 2017 al 11 Giugno 2017

Milano

Luogo: Pinacoteca di Brera

Costo del biglietto: Intero 10 € | Ridotto 7 € | Gratuito ogni prima Dom del mese | Tutti i Gio 18 - 22.15 2 € | Ogni terzo Gio del mese 18 - 22.15 3 €

Telefono per informazioni: +39 02 72263 / 264 / 229

E-Mail info: pin-br@beniculturali.it

Sito ufficiale: http://pinacotecabrera.org


Comunicato Stampa: Giornata inaugurale 30 marzo 2017 con ingresso gratuito dalle 8.30 alle 22.15

Dal 30 marzo all’11 giugno 2017 si terrà alla Pinacoteca di Brera un nuovo originalissimo dialogo tra capolavori della storia dell’arte: “Attorno a Lotto” metterà a confronto dipinti del museo con altri quadri “ospiti” continuando la tradizione dei dialoghi inaugurata dal nuovo direttore della Pinacoteca di Brera e Biblioteca Braidense James Bradburne. Stavolta il dialogo – il quarto da inizio 2016 - ruoterà attorno a un solo autore: Lorenzo Lotto. I dipinti della Pinacoteca di Brera Ritratto di Laura da Pola, Ritratto di Febo da Brescia, Ritratto di gentiluomo con i guanti (Liberale da Pinedel) e Ritratto di gentiluomo di Lorenzo Lotto, tra i vertici della produzione dell’ artista e tra i massimi raggiungimenti della ritrattistica rinascimentale dialogheranno con l’opera ospite di Lotto Ritratto di gentiluomo di casa Rovero che fa parte di una istituzione sorella di Brera, anch’essa fondata da Napoleone nel 1807: Gallerie dell'Accademia di Venezia. Un suggestivo confronto che comporterà il riallestimento della Sala XIX (in precedenza occupata dalla scuola leonardesca con i quadri temporaneamente trasferiti al Museo Poldi Pezzoli in accostamento a dipinti affini) che sarà d’ora in poi dedicata al ritratto naturalistico veneto e delle sue terre. Il quarto “dialogo” del museo segna quindi la penultima fase della trasformazione degli spazi espositivi pubblici della Pinacoteca posti attorno al loggiato del piano nobile del Palazzo, prima del riallestimento delle grandi gallerie napoleoniche che avverrà all’inizio del 2018.

Oltre ai quattro dipinti di Lorenzo Lotto saranno ricollocati altri otto dipinti della Pinacoteca a formare un vero e proprio “caleidoscopio di sguardi”. Come scrive nel suo saggio Maria Cristina Passoni curatrice della mostra con Francesco Frangi si tratta di “immagini che possiedono l’efficacia di biografie intime, alimentando nell’osservatore il desiderio di conoscere l’identità e le coordinate storiche dei personaggi che si offrono così confidenzialmente allo sguardo”. Tra i ritratti presenti in sala XIX troveremo Il ritratto di Antonio Navagero di G. B. Moroni, l’Autoritratto di Sofonisba Anguissola, il Ritratto del conte Antonio di Porcia e Brugnera di Tiziano Vecellio e il Ritratto di giovane del Tintoretto: questi ultimi due a conclusione della mostra integreranno lo spazio espositivo, sostituendo il dipinto di Lotto proveniente da Venezia. Come in occasione degli altri dialoghi anche stavolta si tratta di “conversazioni” che saranno fruibili dal pubblico con l’ausilio di nuovi testi di sala, didascalie più articolate, illuminazione e colore delle pareti completamente rinnovate, in color grigio caldo che esalta la qualità delle opere esposte: elementi sui quali il pubblico sarà chiamato a esprimere una valutazione.

“Al di là del ruolo tradizionale come custode del patrimonio mondiale, e al di là anche del dovere di rendere quel patrimonio accessibile a un’ampia gamma di pubblici diversi, il museo deve riconoscere ed accogliere il ruolo di pietra fondante della nostra identità di cittadini del mondo, e rimanere un’arma fondamentale nella lotta per creare un mondo migliore e un baluardo contro le forze dell’intolleranza, della paura e della xenophobia” dichiara il direttore James Bradburne. Una visione che guarda ancora una volta a quella indicata da Franco Russoli (direttore della Pinacoteca di Brera dal 1957 al 1977) che già nel 1971 comprendendo l’importanza del museo per creare la nostra identità di cittadini, anche in tempi di disagio e turbolenza sociale scriveva: “Per parte mia credo che la battaglia sia da condurre in altro modo: dando dimostrazione concreta delle possibilità e potenzialità del museo come arma di cultura attiva”.


Il senso del ritratto: da Lotto al selfie

Il nuovo dialogo di Brera su Lotto ci fa riflettere oggi su un tema quanto mai attuale: quello del ritratto, dell’autoritratto, dello sguardo che noi abbiamo sugli altri ma anche su noi stessi. I ritratti rappresentano le persone, è evidente: ma cosa mostrano davvero? I ritratti non sono semplici rappresentazioni dell’aspetto delle persone, e neppure mera adulazione di corte. I ritratti possono rappresentare il potere politico del soggetto, confermare e consolidare la sua immagine pubblica, comunicare la sua importanza, addirittura rappresentare i suoi sentimenti più intimi. Lo storico della letteratura Stephen Greenblatt indica il Rinascimento come il momento in cui i ritratti, sia scritti che dipinti, iniziarono a perdere la loro funzione simbolica e ad alludere all’identità psicologica del soggetto, al suo “sé”. Fra i pittori più significativi che sperimentarono da pionieri questo cambiamento si annoverano Tiziano, Bellini e Giorgione e proprio Lorenzo Lotto che fu uno degli artisti che iniziarono a usare i ritratti come mezzo per alludere, con cautela, all’identità più intima del soggetto: il suo ritratto di Andrea Odoni (1527) avrebbe in seguito influenzato il ritratto di Alessandro Vittoria (1552) realizzato da Giovan Battista Moroni, e il ritratto di Jacopo Strada (1568) del più celebre e quasi contemporaneo Tiziano. Oggi si tende a dire che il ritratto moderno rappresenta l’artista più che il soggetto. Parlando del proprio ritratto realizzato da Oskar Kokoschka, l’artista viennese Karl Kraus scrisse nella sua rivista satirica Die Fackel (La torcia): “Kokoschka mi ha fatto il ritratto. Può darsi che chi mi conosce non mi riconosca. Ma chi non mi conosce mi riconoscerà di sicuro”. Un’altra evoluzione è quella avvenuta negli ultimi cento anni. Alla fine dell’Ottocento la fotografia ha cominciato a rendere democratico il ritratto, e sul finire del Novecento gli smartphone hanno reso democratico addirittura l’autoritratto consegnandoci una nuova parola: “selfie”. Questo cambia anche il senso della scoperta di se stessi e del mondo, con il turismo che non è più un viaggio alla scoperta di altre culture, ma un’orgia di auto-rappresentazioni. Un ragionamento su questo tema diventa inevitabile in un’epoca in cui attraverso Instagram, Facebook e i social network possiamo creare, attraverso il ritratto, l’autoscatto, il selfie, nuove identità che si discostano sempre di più dalla nostra autenticità. Alla fine, come Narciso, rischiamo di affogare in una pozza (o, forse, una nube) fatta di immagini di noi stessi, scattate sullo sfondo nella Gioconda di Leonardo, della Primavera di Botticelli o della Cena in Emmaus di Caravaggio.

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