Mario Giacomelli. Papaveri rossi
Mario Giacomelli. Il fotografo e l'artista, Roma, Palazzo delle Esposizioni, Dal 20 maggio al 3 agosto 2025 | Mario Giacomelli, Io non ho mani che mi accarezzino il volto, 1961-1963 | © Archivio Mario Giacomelli, Senigallia
Dal 15 Ottobre 2025 al 6 Aprile 2026
Perugia | Visualizza tutte le mostre a Perugia
Luogo: Galleria Nazionale dell’Umbria
Indirizzo: Corso Pietro Vannucci 19
Orari: dal martedì alla domenica 08.30 – 19.30 (ultimo ingresso 18.30) Biglietti: intero € 12,00 | ridotto € 2,00
Curatori: Alessandro Sarteanesi
Telefono per informazioni: +39 075 58668436
E-Mail info: gan-umb@cultura.gov.it
Sito ufficiale: http://www.gallerianazionaledellumbria.it
Dal 15 ottobre al 6 aprile 2026, la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia, nello spazio di CAMERA OSCURA, dedicato alla fotografia e allestito all’interno del percorso del museo perugino, in occasione del centenario della sua nascita rende omaggio a Mario Giacomelli (1925-2000), uno dei protagonisti assoluti della fotografia della seconda metà del Novecento, con la mostra Mario Giacomelli. Papaveri rossi, curata da Alessandro Sarteanesi.
L’esposizione propone un nucleo di opere mai esposte dell’artista, con soggetto il paesaggio umbro, tutte caratterizzate da un utilizzo quasi “pittorico” del colore, fatto davvero insolito per Giacomelli, conosciuto per lo più per immagini che giocano sui forti contrasti, dei bianchi e dei neri, dei pieni e dei vuoti.
La mostra è anche l’occasione per approfondire la relazione artistica e il rapporto umano che legò Mario Giacomelli ad Alberto Burri, di cui sono esplicita testimonianza alcune fotografie che riportano la dedica al maestro tifernate, che s’inquadrano in una comune ricerca attorno al paesaggio, seppur declinata con modalità diverse, all’interno dell’Informale italiano del dopoguerra
Il nucleo centrale è rappresentato da 5 fotografie inedite scattate negli anni Sessanta sull’altopiano di Colfiorito e di Castelluccio di Norcia. A queste si aggiungono una decina di opere astratte, coeve alle precedenti, anch’esse paesaggi a colori, che documentano come Giacomelli si sentisse pienamente un artista visivo, attraverso l’uso della fotografia come medium espressivo.
Come nelle parole del curatore Alessandro Sarteanesi, è all’interno di un percorso che attraversa i secoli, documentato dalle opere della collezione del museo, che la ricerca di Giacomelli trova un terreno di riflessione attuale e radicale, in antitesi con la banalità ossessivamente ripetitiva dell’‘infiorata’, immortalata dai social network. L’altopiano di Colfiorito, un tempo luogo vissuto e coltivato, mentre la sua fama cresce, si va spopolando, e il paesaggio, consumato come immagine-vetrina e non come esperienza, esaurisce il suo sentimento vitale.
L’esposizione si completa con due fotografie del soggetto più iconico di Giacomelli, quello dei famosi “Pretini” che inscenano un girotondo, presenti in mostra anche in una versione a colori, esposta a Perugia per la prima volta.
Catalogo Magonza, con testi del curatore, Costantino D’Orazio e Bartolomeo Pietromarchi.
La mostra è realizzata con il supporto de L’orologio società cooperativa – Business Unit Sistema Museo.
Mario Giacomelli nasce nel 1925 a Senigallia, nelle Marche. Rimasto orfano di padre a nove anni, viene cresciuto dalla madre.
A tredici anni entra come operaio alla Tipografia Giunchedi. Nel 1950 aprirà la Tipografia Marchigiana.
Nel 1953 inizia a fotografare — paesaggi e ritratti — e incontra Giuseppe Cavalli, fotografo e intellettuale.
Con la spinta di Cavalli, partecipa ai primi concorsi fotografici distinguendosi per originalità. Nel 1955 Paolo Monti lo definisce “l’uomo nuovo della fotografia”: il suo “realismo magico” supera la visione neorealista, arricchendola con uno sguardo intimo capace di restituire la realtà nella sua cruda, vivida matericità. Serie come Vita d’ospizio (1954), Mattatoio (1961), e Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1966) colpiscono immediatamente per la crudezza con cui affrontano il tema della morte.
Nel 1963, a Senigallia, conosce Nemo Sarteanesi, che lo mette in contatto con Alberto Burri, dando avvio a un rapporto di amicizia. Sarteanesi organizza a Città di Castello la prima mostra di Giacomelli nel 1968 e, nel 1983, una seconda esposizione insieme alla Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, di cui era direttore. Nel 1964 è l’unico italiano selezionato per The Photographer’s Eye, a cura di John Szarkowski al MoMA di NY, che acquisisce la serie Scanno. È la consacrazione internazionale.
Prende forma la serie Caroline Branson da Spoon River Anthology (1967–1973), ispirata a Edgar Lee Masters. Negli anni Ottanta e Novanta saranno diversi i cicli nutriti dalla lettura di testi poetici.
Nel 1978 partecipa alla Biennale di Venezia, nella sezione di Luigi Carluccio. Qui presenta una installazione, A contatto della natura negli spazi puri, composta da diciassette paesaggi seguiti sul pavimento da due fotografie aeree e un riquadro colmo di terra.
A partire dal 1996 lavora a una ultima, visionaria ricerca: Questo ricordo lo vorrei raccontare, con cui si chiude la sua parabola: vero e proprio testamento del suo essere artista. Mario Giacomelli muore il 25 novembre 2000.
L’esposizione propone un nucleo di opere mai esposte dell’artista, con soggetto il paesaggio umbro, tutte caratterizzate da un utilizzo quasi “pittorico” del colore, fatto davvero insolito per Giacomelli, conosciuto per lo più per immagini che giocano sui forti contrasti, dei bianchi e dei neri, dei pieni e dei vuoti.
La mostra è anche l’occasione per approfondire la relazione artistica e il rapporto umano che legò Mario Giacomelli ad Alberto Burri, di cui sono esplicita testimonianza alcune fotografie che riportano la dedica al maestro tifernate, che s’inquadrano in una comune ricerca attorno al paesaggio, seppur declinata con modalità diverse, all’interno dell’Informale italiano del dopoguerra
Il nucleo centrale è rappresentato da 5 fotografie inedite scattate negli anni Sessanta sull’altopiano di Colfiorito e di Castelluccio di Norcia. A queste si aggiungono una decina di opere astratte, coeve alle precedenti, anch’esse paesaggi a colori, che documentano come Giacomelli si sentisse pienamente un artista visivo, attraverso l’uso della fotografia come medium espressivo.
Come nelle parole del curatore Alessandro Sarteanesi, è all’interno di un percorso che attraversa i secoli, documentato dalle opere della collezione del museo, che la ricerca di Giacomelli trova un terreno di riflessione attuale e radicale, in antitesi con la banalità ossessivamente ripetitiva dell’‘infiorata’, immortalata dai social network. L’altopiano di Colfiorito, un tempo luogo vissuto e coltivato, mentre la sua fama cresce, si va spopolando, e il paesaggio, consumato come immagine-vetrina e non come esperienza, esaurisce il suo sentimento vitale.
L’esposizione si completa con due fotografie del soggetto più iconico di Giacomelli, quello dei famosi “Pretini” che inscenano un girotondo, presenti in mostra anche in una versione a colori, esposta a Perugia per la prima volta.
Catalogo Magonza, con testi del curatore, Costantino D’Orazio e Bartolomeo Pietromarchi.
La mostra è realizzata con il supporto de L’orologio società cooperativa – Business Unit Sistema Museo.
Mario Giacomelli nasce nel 1925 a Senigallia, nelle Marche. Rimasto orfano di padre a nove anni, viene cresciuto dalla madre.
A tredici anni entra come operaio alla Tipografia Giunchedi. Nel 1950 aprirà la Tipografia Marchigiana.
Nel 1953 inizia a fotografare — paesaggi e ritratti — e incontra Giuseppe Cavalli, fotografo e intellettuale.
Con la spinta di Cavalli, partecipa ai primi concorsi fotografici distinguendosi per originalità. Nel 1955 Paolo Monti lo definisce “l’uomo nuovo della fotografia”: il suo “realismo magico” supera la visione neorealista, arricchendola con uno sguardo intimo capace di restituire la realtà nella sua cruda, vivida matericità. Serie come Vita d’ospizio (1954), Mattatoio (1961), e Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1966) colpiscono immediatamente per la crudezza con cui affrontano il tema della morte.
Nel 1963, a Senigallia, conosce Nemo Sarteanesi, che lo mette in contatto con Alberto Burri, dando avvio a un rapporto di amicizia. Sarteanesi organizza a Città di Castello la prima mostra di Giacomelli nel 1968 e, nel 1983, una seconda esposizione insieme alla Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, di cui era direttore. Nel 1964 è l’unico italiano selezionato per The Photographer’s Eye, a cura di John Szarkowski al MoMA di NY, che acquisisce la serie Scanno. È la consacrazione internazionale.
Prende forma la serie Caroline Branson da Spoon River Anthology (1967–1973), ispirata a Edgar Lee Masters. Negli anni Ottanta e Novanta saranno diversi i cicli nutriti dalla lettura di testi poetici.
Nel 1978 partecipa alla Biennale di Venezia, nella sezione di Luigi Carluccio. Qui presenta una installazione, A contatto della natura negli spazi puri, composta da diciassette paesaggi seguiti sul pavimento da due fotografie aeree e un riquadro colmo di terra.
A partire dal 1996 lavora a una ultima, visionaria ricerca: Questo ricordo lo vorrei raccontare, con cui si chiude la sua parabola: vero e proprio testamento del suo essere artista. Mario Giacomelli muore il 25 novembre 2000.
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