Kircher? Mi sarebbe piaciuto conoscerlo

Kircher
 

02/03/2001

"Kircher? Mi sarebbe piaciuto conoscerlo": con queste parole Umberto Eco ha concluso il suo intervento durante la conferenza di presentazione della mostra su Kircher, rivelando una sua particolare tendenza a distinguere i personaggi storici in due grandi categorie, gli uomini affabili ed interessanti e i “musoni”. Il gesuita appare allo scrittore piemontese uomo interessante nel suo continuo conflitto tra la curiosità dello studioso e i punti fermi del religioso che più di una volta lo mettono in crisi. Celebre esempio di questa dicotomia la terza via scelta di fronte alla scoperta galileiana, dopo la quale Kircher abbraccerà la tesi di Tycho Brahe per cui i pianeti girano sì attorno al sole ma poi, a loro volta, tutti attorno alla terra. Altro esempio in questo senso la ferma opposizione all’alchimia e alla magia in una sorta di “illuminismo gesuitico”, cederà all’esoterismo solo di fronte ai geroglifici. Le considerazioni fatte da Kircher sugli antichi segni egizi (argomento ripreso anche dall’egittologo Sergio Donadoni presente alla conferenza), pur se sbagliate, apriranno il campo agli studi di Champollion che utilizzerà molti fogli kircheriani per la sua interpretazione della scrittura egizia. Kircher è il primo ad accorgersi della natura iconica dei segni, a differenza di altri grandi personaggi dell’epoca come Francis Bacon: un tema, quello degli iconismi, che non può non affascinare il semiologo Umberto Eco. Il discorso si fa politico: negli stessi anni si stavano scoprendo anche gli ideogrammi cinesi. I geroglifici egiziani sono il simbolo della sapienza perduta di una potenza come l’Egitto che nel XVII secolo non poteva più impensierire l’Europa. Con la Cina, paese ancora da scoprire, il vecchio continente in quegli anni andava intensificando i rapporti. Questa è la ragione per cui si riteneva opportuno non esaltarne troppo la cultura. Ecco quindi che gli ideogrammi cinesi risultano per Kircher molto meno affascinanti dei geroglifici con i loro oscuri significati magici. Una connotazione politica che i gesuiti acuiranno ancor di più di fronte ai crittogrammi americani visti addirittura come diabolici, perché non rappresentanti idee ma immagini. Per Eco Kircher va considerato a metà tra un folle e un mago anticamente inteso (cioè uno scienziato), da riassumere nella felice perifrasi da lui coniata nella prefazione del catalogo della mostra: “il più contemporaneo dei nostri antenati e il più inattuale dei nostri contemporanei”. Eugenio Lo Sardo, curatore della mostra, si è soffermato sulle vicende del museo kircheriano nato nel 1651 e disperso nel 1773 con la soppressione della Compagnia del Gesù, nella sua evidente connotazione di unitarietà del barocco romano. Nel museo kircheriano era narrato tutto il mondo conosciuto fino a quell’epoca. Oggi tale museo è “un fantasma che si aggira in molti musei romani”, tra cui il Museo Barracco, il Museo etnografico Pigorini, la Pinacoteca Vaticana, ed altri, in cui oggi sono conservati pezzi provenienti dal Collegio Romano. Renato Nicolini ha sottolineato il nome di Giulio Macchi, uno dei primi ad interessarsi ad Athanasius Kircher insieme ad Eugenio Battisti, e con il quale negli anni ’80 aveva collaborato per una mostra simile all’odierna ma allora fermata ad una fase iniziale. Altra importante considerazione è stato l’inserimento dell’esposizione dedicata a Kircher in una ideale triade di mostre, dopo quelle fondate su altri grandi personaggi del ‘600 romano come Cassiano dal Pozzo e Bellori, in una sorta di percorso ideale sulla nascità del museo moderno. Per Nicolini, infine, la mostra presentata a Palazzo Venezia è “un dovuto atto riparatorio dopo lo smantellamento del museo Kircheriano in seguito all’arrivo dei bersaglieri a Roma nel 1870”.

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