Tra poesia e scatto

Courtesy of ©Photology Milano | Giacomelli
 

18/02/2001

Nel corso della sua carriera Giacomelli con una straordinaria forza lirica ha sviluppato le potenzialità della fotografia, puntando l’obiettivo sui grandi temi dell'esistenza umana. Il trascorrere del tempo, la memoria, la terra, la sofferenza e l'amore sono stati tra i suoi soggetti. Giacomelli lavora per serie di sequenze fotografiche, ispirandosi a volte ad un tema. Importante è il continuo dialogo con la poesia: brani di Leopardi, Montale, Lee Masters, Cardarelli accompagnano spesso le sue opere, un approccio davvero particolare ed intenso dove la fotografia stabilisce un rapporto diretto e felice con letteratura. Per diversi anni Giacomelli fotografa l'ospizio di Senigallia, luogo che frequenta sin da piccolo, quando la madre, rimasta vedova, vi trova lavoro. Le immagini sono divise in serie differenti (1955-56; 1966-68; 1981-83) e sono complessivamente conosciute con il titolo "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi", ripreso da Cesare Pavese. Giacomelli affronta il difficile tema della vecchiaia, della decadenza fisica e della morte imminente con tenera consapevolezza. Le immagini sono caratterizzate da composizioni intenzionalmente frammentate, talvolta sfuocate che lasciano trasparire il suo sorriso nei confronti degli anziani ritratti. Giacomelli indicò la serie delle immagini scattate nella casa di riposo di Senigallia, come la sua ricerca più interessante ed emozionante. La serie "Scanno", 1957-59, nasce dal casuale innamoramento del fotografo con l'omonimo paesino degli Abruzzi. Giacomelli rimane impressionato dall'atmosfera quasi di fiaba del luogo. Scatta e stampa le immagini di questa serie in modo da accentuare al massimo il contrasto tra il bianco e nero, bianco della strada e nero degli abiti delle persone. Il risultato, fortemente grafico, ed ancora una volta volutamente annulla possibili valenze documentarie della fotografia, accentuando invece il carattere e le potenzialità di paesaggio interiore. "Io non ho mani che mi accarezzino il volto", 1962-63, tra le serie più note, ambientata nel Seminario Vescovile di Senigallia si ispira ad una poesia di padre David Turoldo la cui lettura aveva spinto Giacomelli ad avvicinarsi al seminario. Come nel caso di altre serie, Giacomelli vive lentamente il processo di ambientamento tra i seminaristi, gli scatti fotografici iniziano in una giornata di neve, durante la quale Giacomelli fotografa a bassa velocità i giovani preti nel corso della loro ricreazione. L'opera aperta di Giacomelli è costituita dai suoi studi sul tema del paesaggio, che lo impegna fin dalla metà degli anni Cinquanta. I suoi paesaggi sono fortemente caratterizzati da una personalissima organizzazione dell'immagine, centrata sulla progressiva scomparsa dell'orizzonte. All'impostazione formale e alla purezza geometrica delle immagini contrasta l'attenzione di Giacomelli per i segni della terra, del paesaggio e dell’uomo, che spostano il suo interesse nei confronti della materia e delle rughe del mondo.

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