Less is More - Scatti al buio di Mario Lisi
Less is More - Scatti al buio di Mario Lisi, PAN - Palazzo delle Arti Napoli
Dal 3 Ottobre 2021 al 17 Ottobre 2021
Napoli | Visualizza tutte le mostre a Napoli
Luogo: PAN - Palazzo delle Arti Napoli
Indirizzo: Via dei Mille 60
Orari: tutti i giorni dal lunedi alla domenica e festivi dalle 9:30 alle 19:30
Costo del biglietto: ingresso gratuito
Sito ufficiale: http://www.stripescollection.com
Si intitola Less is more la nuova personale del fotografo pavese Mario Lisi (classe 1962) e inaugura domenica 3 ottobre dalle ore 16 nella sala Loft del PAN | Palazzo delle Arti di Napoli.
Aperta fino al 17 ottobre, la mostra presenta una ventina di “scatti al buio” dell’artista, una selezione di lavori, per la maggior parte in bianco e nero, appartenenti alla stripes collection.
Less is more si ispira al principio – coniato dall’architetto tedesco Ludwig Mies van der Rohe – per cui il “di più” si ottiene creando e plasmando sul concetto di essenzialità, ed è proprio così che Mario Lisi ottiene il miglior risultato fotografico, il “di più” a cui ogni artista agogna: seguendo la strada dell’essenzialità.
Le sue fotografie ripensano il mondo attraverso un gioco (curato nei minimi dettagli) di luci e ombre e restituiscono un’interpretazione altra rispetto alla realtà. Attivano nuovi paradigmi per suggerire la possibilità di modificare schemi visivi e creativi abituali, lasciando lo spettatore in una sorta di spaesamento percettivo, in bilico perenne tra realtà e rappresentazione.
Tagli obliqui, linee orizzontali, punti di vista insoliti che creano uno spettacolare effetto tridimensionale, gli scatti di Mario Lisi hanno il fascino dell’arte di Aleksandr Rodchenko, quello stile unico che combinava composizione diagonale, prospettiva scorciata, punti di ripresa insoliti, ingrandimento di dettagli. Come il maestro russo, anche Lisi rifiuta il ritrarre per immagini come imitazione della realtà fine a se stessa e sceglie la tensione verso l’inquadratura intesa comedialettica tra le cose, gli oggetti, la mente. Ma a differenza di opere come Ragazza con una Leica (del 1934), nelle fotografie di Lisi non si vedono i volti, è come se fossero tagliati fuori dall’inquadratura. Ci sono corpi, schiene, spalle, ventri, figure senza volto di giovani uomini e donne che si (con)fondono con lo spazio, celati dietro a tante strisce bianche orizzontali. Alcuni sono ripresi di fronte, altri a tre quarti, altri di spalle, ma bisogna soffermarsi a lungo per distinguerli e ricomporli.
Negli scatti di Stripes Collection – spiega Mario Lisi – ho illuminato i corpi proiettando una luce lamellare come quella che entra in una stanza buia da una finestra con una tapparella socchiusa. La mia ricerca personale mi ha indotto ad allontanarmi dalla rappresentazione della figura completa in tutti i suoi dettagli: ho eliminato tutto ciò che non era fondamentale per la percezione del messaggio, lasciando soltanto una porzione del segno artistico illuminata e visibile. L’osservatore è parte attiva nella genesi del soggetto fotografico, si trova ad utilizzare pochi elementi per interpretare la forma e completarla con la propria immaginazione, rendendolapropria. Questa collaborazione tra fotografo e Osservatore è l’elemento chiave di tutta la collezione. Attraverso le sue immagini, Lisi esplora la dimensione conflittuale dell’uomo contemporaneo e prova a congelare in una fotografia il fluire caotico di una vita. Gli scatti esposti in Less is more assomigliano a frame, inquadrature sempre interrotte, sempre tagliate duramente. L’artista sembra ammettere che c’è dell’altro oltre quanto ripreso all’istante, è evidente, ma in questo momento, al momento della visione, occorre concentrarsi su questo punto, su questo particolare. Non è dato sapere cosa accada intorno, ma quanto visto basta a fomentare una storia, a stimolare l’immaginazione di un avvenimento.
I lavori di Mario Lisi colpiscono lo sguardo, precipitano l’immagine nei vortici della mente, sono un abisso visionario che aggredisce memorie e fantasie, e confonde nella narrazione elementi reali e immaginari. L’importante non è correre ma approfondire, non è filare veloci ma immergersi. Ci si deve tuffare nei corpi, bisogna entrare e scomparire nelle pieghe di una schiena che si inarca, perché l’artista non elenca, non si attarda a descrivere eventi e passioni. Non svela segreti e neppure porta alla luce quanto gelosamente custodito. Si limita a far capire che attorno a qualcosa di un passato, più o meno recente, è stata tessuta quella trama di pelle ora davanti agli occhi di tutti.
Aperta fino al 17 ottobre, la mostra presenta una ventina di “scatti al buio” dell’artista, una selezione di lavori, per la maggior parte in bianco e nero, appartenenti alla stripes collection.
Less is more si ispira al principio – coniato dall’architetto tedesco Ludwig Mies van der Rohe – per cui il “di più” si ottiene creando e plasmando sul concetto di essenzialità, ed è proprio così che Mario Lisi ottiene il miglior risultato fotografico, il “di più” a cui ogni artista agogna: seguendo la strada dell’essenzialità.
Le sue fotografie ripensano il mondo attraverso un gioco (curato nei minimi dettagli) di luci e ombre e restituiscono un’interpretazione altra rispetto alla realtà. Attivano nuovi paradigmi per suggerire la possibilità di modificare schemi visivi e creativi abituali, lasciando lo spettatore in una sorta di spaesamento percettivo, in bilico perenne tra realtà e rappresentazione.
Tagli obliqui, linee orizzontali, punti di vista insoliti che creano uno spettacolare effetto tridimensionale, gli scatti di Mario Lisi hanno il fascino dell’arte di Aleksandr Rodchenko, quello stile unico che combinava composizione diagonale, prospettiva scorciata, punti di ripresa insoliti, ingrandimento di dettagli. Come il maestro russo, anche Lisi rifiuta il ritrarre per immagini come imitazione della realtà fine a se stessa e sceglie la tensione verso l’inquadratura intesa comedialettica tra le cose, gli oggetti, la mente. Ma a differenza di opere come Ragazza con una Leica (del 1934), nelle fotografie di Lisi non si vedono i volti, è come se fossero tagliati fuori dall’inquadratura. Ci sono corpi, schiene, spalle, ventri, figure senza volto di giovani uomini e donne che si (con)fondono con lo spazio, celati dietro a tante strisce bianche orizzontali. Alcuni sono ripresi di fronte, altri a tre quarti, altri di spalle, ma bisogna soffermarsi a lungo per distinguerli e ricomporli.
Negli scatti di Stripes Collection – spiega Mario Lisi – ho illuminato i corpi proiettando una luce lamellare come quella che entra in una stanza buia da una finestra con una tapparella socchiusa. La mia ricerca personale mi ha indotto ad allontanarmi dalla rappresentazione della figura completa in tutti i suoi dettagli: ho eliminato tutto ciò che non era fondamentale per la percezione del messaggio, lasciando soltanto una porzione del segno artistico illuminata e visibile. L’osservatore è parte attiva nella genesi del soggetto fotografico, si trova ad utilizzare pochi elementi per interpretare la forma e completarla con la propria immaginazione, rendendolapropria. Questa collaborazione tra fotografo e Osservatore è l’elemento chiave di tutta la collezione. Attraverso le sue immagini, Lisi esplora la dimensione conflittuale dell’uomo contemporaneo e prova a congelare in una fotografia il fluire caotico di una vita. Gli scatti esposti in Less is more assomigliano a frame, inquadrature sempre interrotte, sempre tagliate duramente. L’artista sembra ammettere che c’è dell’altro oltre quanto ripreso all’istante, è evidente, ma in questo momento, al momento della visione, occorre concentrarsi su questo punto, su questo particolare. Non è dato sapere cosa accada intorno, ma quanto visto basta a fomentare una storia, a stimolare l’immaginazione di un avvenimento.
I lavori di Mario Lisi colpiscono lo sguardo, precipitano l’immagine nei vortici della mente, sono un abisso visionario che aggredisce memorie e fantasie, e confonde nella narrazione elementi reali e immaginari. L’importante non è correre ma approfondire, non è filare veloci ma immergersi. Ci si deve tuffare nei corpi, bisogna entrare e scomparire nelle pieghe di una schiena che si inarca, perché l’artista non elenca, non si attarda a descrivere eventi e passioni. Non svela segreti e neppure porta alla luce quanto gelosamente custodito. Si limita a far capire che attorno a qualcosa di un passato, più o meno recente, è stata tessuta quella trama di pelle ora davanti agli occhi di tutti.
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