Eros and ashes
Dal 15 Maggio 2026 al 30 Maggio 2026
Firenze | Visualizza tutte le mostre a Firenze
Luogo: Spazio Sassetti
Indirizzo: Via Sassetti 1
Orari: Lun-Dom 15.30 - 19.30
Enti promotori:
- Aria Art Gallery
- Why Nat
Costo del biglietto: Ingresso gratuito
E-Mail info: info@ariaartgallery.com
Sito ufficiale: http://www.ariaartgallery.com
Aria Art Gallery è lieta di presentare EROS AND ASHES, una mostra di Palina Adriana e Yulia Bas, che inaugurerà venerdì 15 maggio alle ore 18:00 presso Spazio Sassetti, in Via dei Sassetti 1, Firenze. La mostra è curata e prodotta in collaborazione con WHY NAT.
Le opere di Palina Adriana e Yulia Bas nascono da un comune punto di rottura: momenti in cui le strutture personali cedono, destabilizzando sia le certezze emotive sia le modalità espressive consolidate. Tuttavia, nessuna delle due pratiche considera la perdita come una condizione definitiva. Al contrario, entrambe le artiste affrontano la trasformazione come un processo continuo e attivo: un passaggio attraverso la frammentazione verso il rinnovamento, in cui l’identità non viene semplicemente ristabilita, ma continuamente riformata.
Al centro di entrambe le pratiche vi è una ridefinizione dell’energia. Ciò che un tempo veniva proiettato verso l’esterno - verso l’altro, verso la stabilità, verso un significato fisso - si rivolge ora verso l’interno. In questo movimento, Eros si trasforma da forza relazionale a principio interiore: una dinamica attraverso cui il sé si ristruttura e si sostiene. La trasformazione, qui, resiste a ogni progressione lineare o risolutiva. Si sviluppa in cicli, rifiutando una conclusione definitiva e restando aperta a continue reinterpretazioni. In entrambe le pratiche, dissoluzione e rinnovamento rimangono inseparabili, coesistendo in uno spazio condiviso in cui vulnerabilità, corporeità e ricostruzione convergono.
La serie di Palina Adriana segue un movimento interiore che conduce dalla dipendenza relazionale verso l’autonomia, articolato attraverso fasi emotive di frammentazione, dissoluzione e riformazione. Ogni dipinto rappresenta un momento all’interno di questo ciclo, non come narrazione fissa, ma come parte di uno stato continuo e ricorsivo del divenire. L’uso di titoli in greco antico non impone un significato preciso, ma apre l’opera verso l’esterno, suggerendo tappe all’interno di un continuum più ampio pur preservandone l’ambiguità. Questi riferimenti funzionano come punti di accesso piuttosto che spiegazioni, permettendo all’interpretazione di restare fluida e soggettiva.
Il colore occupa un ruolo centrale nella sua pratica, funzionando come espressione diretta di stati interiori. Una palette dominata da indaco, blu, verde e viola nasce da una percezione profondamente interiore, in parte modellata da un’esperienza sinestetica. Ogni tonalità è calibrata con precisione e porta con sé una carica emotiva distinta, rendendo il colore quasi tattile - meno una qualità superficiale che un’estensione del corpo.
Questa dimensione fisica è fondamentale nel suo processo. Partendo dal movimento, Palina Adriana utilizza il corpo per accedere e localizzare le emozioni prima di tradurle nella pittura. Le forme si sviluppano attraverso il gesto piuttosto che attraverso la rappresentazione, dando origine a figure frammentate che comunicano stati emotivi più che precisione anatomica. Il corpo diventa così un luogo in cui memoria, tensione e trasformazione si incontrano, mantenendo un equilibrio tra vulnerabilità e controllo.
Centrale in questo processo è la reintegrazione di Eros, inteso come un’energia maschile precedentemente esternalizzata, nuovamente riportata dentro di sé. Questo ritorno genera un senso di indipendenza che non si oppone all’intimità, ma la approfondisce, radicando l’identità nell’autosufficienza piuttosto che nella definizione relazionale. I suoi dipinti mantengono una sottile tensione tra immediatezza e ritrazione. Pur essendo emotivamente presenti, resistono a una completa rivelazione, preservando uno spazio per la proiezione e l’interpretazione. In questo modo, l’opera evita ogni risoluzione definitiva, mantenendo la trasformazione come una condizione aperta e continua.
Per Yulia Bas, la rottura provoca non solo un crollo personale, ma anche una disintegrazione del linguaggio artistico stesso. Da questa dissoluzione emerge un nuovo approccio che si sviluppa attraverso l’azione più che attraverso l’intenzione. I gesti ripetuti del segnare e sfumare il carbone diventano un modo per confrontarsi con ciò che non può essere completamente articolato: una negoziazione continua tra controllo e abbandono, presenza e cancellazione. Rifiutando strumenti mediati e l’uso del colore, Yulia Bas lavora direttamente con le mani e materiali secchi, mantenendo un contatto ravvicinato con la superficie. Il significato non è prestabilito, ma viene progressivamente rivelato attraverso il processo. La ripetizione stabilisce un ritmo costante, permettendo all’instabilità di persistere senza risoluzione e traducendo il disordine emotivo in una forma di continuità.
Un momento decisivo avviene con l’introduzione del suo abito da sposa. Tagliato e aperto, l’indumento si trasforma da simbolo di unità a luogo di rottura e trasformazione. Ogni incisione agisce simultaneamente come ferita e liberazione, trasformando la memoria in materia e il dolore in forma spaziale. Qui la distruzione diventa produttiva: un’apertura attraverso cui identità e possibilità future possono essere riconsiderate.
Al centro della pratica di Yulia Bas vi è la consapevolezza che la trasformazione sia al tempo stesso fisica e psicologica. Le opere non rappresentano il cambiamento: lo mettono in atto. Le figure appaiono divise ma vitali, sospese in spazi vasti e instabili che collocano il sé come al contempo fragile e resistente.
In questo contesto, Eros e le ceneri non sono forze opposte, ma stati interdipendenti. Eros agisce come forza di espansione, desiderio e vitalità, mentre le ceneri indicano ciò che resta dopo la dissoluzione. Yulia Bas colloca il proprio lavoro esattamente all’intersezione tra questi due poli, dove la frattura diventa una condizione necessaria per il rinnovamento e dove il sé viene continuamente rimodellato attraverso il proprio disfacimento.
Le opere di Palina Adriana e Yulia Bas nascono da un comune punto di rottura: momenti in cui le strutture personali cedono, destabilizzando sia le certezze emotive sia le modalità espressive consolidate. Tuttavia, nessuna delle due pratiche considera la perdita come una condizione definitiva. Al contrario, entrambe le artiste affrontano la trasformazione come un processo continuo e attivo: un passaggio attraverso la frammentazione verso il rinnovamento, in cui l’identità non viene semplicemente ristabilita, ma continuamente riformata.
Al centro di entrambe le pratiche vi è una ridefinizione dell’energia. Ciò che un tempo veniva proiettato verso l’esterno - verso l’altro, verso la stabilità, verso un significato fisso - si rivolge ora verso l’interno. In questo movimento, Eros si trasforma da forza relazionale a principio interiore: una dinamica attraverso cui il sé si ristruttura e si sostiene. La trasformazione, qui, resiste a ogni progressione lineare o risolutiva. Si sviluppa in cicli, rifiutando una conclusione definitiva e restando aperta a continue reinterpretazioni. In entrambe le pratiche, dissoluzione e rinnovamento rimangono inseparabili, coesistendo in uno spazio condiviso in cui vulnerabilità, corporeità e ricostruzione convergono.
La serie di Palina Adriana segue un movimento interiore che conduce dalla dipendenza relazionale verso l’autonomia, articolato attraverso fasi emotive di frammentazione, dissoluzione e riformazione. Ogni dipinto rappresenta un momento all’interno di questo ciclo, non come narrazione fissa, ma come parte di uno stato continuo e ricorsivo del divenire. L’uso di titoli in greco antico non impone un significato preciso, ma apre l’opera verso l’esterno, suggerendo tappe all’interno di un continuum più ampio pur preservandone l’ambiguità. Questi riferimenti funzionano come punti di accesso piuttosto che spiegazioni, permettendo all’interpretazione di restare fluida e soggettiva.
Il colore occupa un ruolo centrale nella sua pratica, funzionando come espressione diretta di stati interiori. Una palette dominata da indaco, blu, verde e viola nasce da una percezione profondamente interiore, in parte modellata da un’esperienza sinestetica. Ogni tonalità è calibrata con precisione e porta con sé una carica emotiva distinta, rendendo il colore quasi tattile - meno una qualità superficiale che un’estensione del corpo.
Questa dimensione fisica è fondamentale nel suo processo. Partendo dal movimento, Palina Adriana utilizza il corpo per accedere e localizzare le emozioni prima di tradurle nella pittura. Le forme si sviluppano attraverso il gesto piuttosto che attraverso la rappresentazione, dando origine a figure frammentate che comunicano stati emotivi più che precisione anatomica. Il corpo diventa così un luogo in cui memoria, tensione e trasformazione si incontrano, mantenendo un equilibrio tra vulnerabilità e controllo.
Centrale in questo processo è la reintegrazione di Eros, inteso come un’energia maschile precedentemente esternalizzata, nuovamente riportata dentro di sé. Questo ritorno genera un senso di indipendenza che non si oppone all’intimità, ma la approfondisce, radicando l’identità nell’autosufficienza piuttosto che nella definizione relazionale. I suoi dipinti mantengono una sottile tensione tra immediatezza e ritrazione. Pur essendo emotivamente presenti, resistono a una completa rivelazione, preservando uno spazio per la proiezione e l’interpretazione. In questo modo, l’opera evita ogni risoluzione definitiva, mantenendo la trasformazione come una condizione aperta e continua.
Per Yulia Bas, la rottura provoca non solo un crollo personale, ma anche una disintegrazione del linguaggio artistico stesso. Da questa dissoluzione emerge un nuovo approccio che si sviluppa attraverso l’azione più che attraverso l’intenzione. I gesti ripetuti del segnare e sfumare il carbone diventano un modo per confrontarsi con ciò che non può essere completamente articolato: una negoziazione continua tra controllo e abbandono, presenza e cancellazione. Rifiutando strumenti mediati e l’uso del colore, Yulia Bas lavora direttamente con le mani e materiali secchi, mantenendo un contatto ravvicinato con la superficie. Il significato non è prestabilito, ma viene progressivamente rivelato attraverso il processo. La ripetizione stabilisce un ritmo costante, permettendo all’instabilità di persistere senza risoluzione e traducendo il disordine emotivo in una forma di continuità.
Un momento decisivo avviene con l’introduzione del suo abito da sposa. Tagliato e aperto, l’indumento si trasforma da simbolo di unità a luogo di rottura e trasformazione. Ogni incisione agisce simultaneamente come ferita e liberazione, trasformando la memoria in materia e il dolore in forma spaziale. Qui la distruzione diventa produttiva: un’apertura attraverso cui identità e possibilità future possono essere riconsiderate.
Al centro della pratica di Yulia Bas vi è la consapevolezza che la trasformazione sia al tempo stesso fisica e psicologica. Le opere non rappresentano il cambiamento: lo mettono in atto. Le figure appaiono divise ma vitali, sospese in spazi vasti e instabili che collocano il sé come al contempo fragile e resistente.
In questo contesto, Eros e le ceneri non sono forze opposte, ma stati interdipendenti. Eros agisce come forza di espansione, desiderio e vitalità, mentre le ceneri indicano ciò che resta dopo la dissoluzione. Yulia Bas colloca il proprio lavoro esattamente all’intersezione tra questi due poli, dove la frattura diventa una condizione necessaria per il rinnovamento e dove il sé viene continuamente rimodellato attraverso il proprio disfacimento.
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