Fabian Herkenhoener. Lumpen Void
Opera di Fabian Herkenhoener
Dal 10 September 2025 al 18 October 2025
Roma
Luogo: Contemporary Cluster
Indirizzo: Via Odoardo Beccari 10
Curatori: Maria Abramenko
Telefono per informazioni: +39 06 31709949
E-Mail info: info@contemporarycluster.com
Sito ufficiale: http://www.contemporarycluster.com/
Contemporary Cluster è lieta di annunciare LUMPEN VOID, una mostra personale dell’artista tedesco Fabian Herkenhoener, che inaugura mercoledì 10 settembre 2025 a Roma. La mostra è curata da Maria Abramenko.
LUMPEN VOID è un’esplorazione poetica dell’assenza, della liminalità e dell’inadeguatezza dei codici simbolici nel catturare il reale. La pratica di Herkenhoener nasce dalle macerie del linguaggio, dove l’articolazione si disintegra, il significato si sfilaccia e l’esperienza grezza sfugge alla sistematizzazione. È al contempo una discesa nell’interiorità e un’immersione nella profondità, delineando una topografia cognitiva e sensoriale, uno spazio di consapevolezza interna che elude l’architettura levigata dell’esistenza contemporanea.
Il titolo deriva dall invocazione da parte dell’artista del “LUMPEN”, termine storicamente riferito a coloro che sono stati esclusi dalle strutture dominanti, e del “VOID”, una dimensione di pura negazione in cui individualità, memoria e parola svaniscono e si ricompongono. In questa dualità concettuale, Herkenhoener opera come una sorta di interprete metafisico, traducendo detriti psichici in un vocabolario che appartiene allo stesso tempo al verso poetico, alla profezia e a una dimensione medianica, un canale liminale in cui intuizione visionaria e collasso lessicale si incontrano.
Influenzato dalla geometria sacra, non come perfezione formale bensì come sistema frantumato, codice spezzato ancora vibrante di anelito metafisico, e dall’austerità radicale di Malevič, Herkenhoener evoca sistemi formali non come ideali, ma come sequenze interrotte, vive di tensione esoterica. Il vuoto, nella sua opera, non è mai passivo; diventa un ambiente carico, denso di architetture occulte, allineamenti nascosti e intensità psichica. Le sue tele evocano la tecnica del frottage surrealista di Max Ernst, dove le superfici rivelano territori sepolti e storie silenziose inscritte nella materia stessa.
Attraverso simboli scultorei, linguaggi disgiunti e grammatiche visive severe, Herkenhoener presenta una costellazione che pone l’osservatore di fronte a ciò che perdura oltre il crollo. Radicato in un rigore concettuale, il suo processo smantella le macchine ideologiche attraverso il pensiero speculativo, trattando il linguaggio non come chiarificazione, ma come terreno mobile da attraversare tramite esposizione, rottura e sfida. In ciò, la sua opera afferma il lavoro creativo come modalità di emancipazione, un atto all’interno di un regime ossessionato da logica, velocità e controllo.
“Ho investito tutta la mia vita nel mappare i territori di un vasto nulla”, scrive, una frase che funge da credo e postura operativa. “Dopo aver fluttuato così a lungo nello spazio morto, ho capito che il vuoto è carico di qualcosa, di significato.” All’interno di questo regno di negazione, l’indagine di Herkenhoener riecheggia il pensiero di Georges Bataille, che affermava: “Credo che la verità abbia un solo volto, quello di una contraddizione violenta.” È questa dinamica tra enunciazione e mutismo, presenza e sparizione, allineamento e decadimento che anima LUMPEN VOID.
La mostra si manifesta come una discesa concettuale e verbale, tracciando una zona in cui i progetti ereditati culturali, domestici e semantici si sono frantumati. Nel loro seguito emerge una sintassi incerta, statica, frammentaria e mai conclusa. Herkenhoener rifiuta la sintesi, permettendo alla forma spezzata di esistere in sé, suggerendo che dalla disintegrazione possano cominciare a emergere realtà più profonde.
Fabian Herkenhoener è un artista e scrittore con base a Colonia, la cui pratica spazia tra testo, installazione e composizione concettuale. Con un’intensità al contempo intellettuale ed emotiva, la sua ricerca interroga i limiti del linguaggio e gli spazi in cui la soggettività si dissolve. Le sue opere sono state esposte in tutta Europa e America, presso Contemporary Fine Arts, Berlino; T293, Roma; Luciana Brito, San Paolo; Le Scalze, Napoli; Priska Pasquer, Colonia e Parigi; Schirn Kunsthalle, Francoforte; Michael Benevento, Los Angeles.
LUMPEN VOID è un’esplorazione poetica dell’assenza, della liminalità e dell’inadeguatezza dei codici simbolici nel catturare il reale. La pratica di Herkenhoener nasce dalle macerie del linguaggio, dove l’articolazione si disintegra, il significato si sfilaccia e l’esperienza grezza sfugge alla sistematizzazione. È al contempo una discesa nell’interiorità e un’immersione nella profondità, delineando una topografia cognitiva e sensoriale, uno spazio di consapevolezza interna che elude l’architettura levigata dell’esistenza contemporanea.
Il titolo deriva dall invocazione da parte dell’artista del “LUMPEN”, termine storicamente riferito a coloro che sono stati esclusi dalle strutture dominanti, e del “VOID”, una dimensione di pura negazione in cui individualità, memoria e parola svaniscono e si ricompongono. In questa dualità concettuale, Herkenhoener opera come una sorta di interprete metafisico, traducendo detriti psichici in un vocabolario che appartiene allo stesso tempo al verso poetico, alla profezia e a una dimensione medianica, un canale liminale in cui intuizione visionaria e collasso lessicale si incontrano.
Influenzato dalla geometria sacra, non come perfezione formale bensì come sistema frantumato, codice spezzato ancora vibrante di anelito metafisico, e dall’austerità radicale di Malevič, Herkenhoener evoca sistemi formali non come ideali, ma come sequenze interrotte, vive di tensione esoterica. Il vuoto, nella sua opera, non è mai passivo; diventa un ambiente carico, denso di architetture occulte, allineamenti nascosti e intensità psichica. Le sue tele evocano la tecnica del frottage surrealista di Max Ernst, dove le superfici rivelano territori sepolti e storie silenziose inscritte nella materia stessa.
Attraverso simboli scultorei, linguaggi disgiunti e grammatiche visive severe, Herkenhoener presenta una costellazione che pone l’osservatore di fronte a ciò che perdura oltre il crollo. Radicato in un rigore concettuale, il suo processo smantella le macchine ideologiche attraverso il pensiero speculativo, trattando il linguaggio non come chiarificazione, ma come terreno mobile da attraversare tramite esposizione, rottura e sfida. In ciò, la sua opera afferma il lavoro creativo come modalità di emancipazione, un atto all’interno di un regime ossessionato da logica, velocità e controllo.
“Ho investito tutta la mia vita nel mappare i territori di un vasto nulla”, scrive, una frase che funge da credo e postura operativa. “Dopo aver fluttuato così a lungo nello spazio morto, ho capito che il vuoto è carico di qualcosa, di significato.” All’interno di questo regno di negazione, l’indagine di Herkenhoener riecheggia il pensiero di Georges Bataille, che affermava: “Credo che la verità abbia un solo volto, quello di una contraddizione violenta.” È questa dinamica tra enunciazione e mutismo, presenza e sparizione, allineamento e decadimento che anima LUMPEN VOID.
La mostra si manifesta come una discesa concettuale e verbale, tracciando una zona in cui i progetti ereditati culturali, domestici e semantici si sono frantumati. Nel loro seguito emerge una sintassi incerta, statica, frammentaria e mai conclusa. Herkenhoener rifiuta la sintesi, permettendo alla forma spezzata di esistere in sé, suggerendo che dalla disintegrazione possano cominciare a emergere realtà più profonde.
Fabian Herkenhoener è un artista e scrittore con base a Colonia, la cui pratica spazia tra testo, installazione e composizione concettuale. Con un’intensità al contempo intellettuale ed emotiva, la sua ricerca interroga i limiti del linguaggio e gli spazi in cui la soggettività si dissolve. Le sue opere sono state esposte in tutta Europa e America, presso Contemporary Fine Arts, Berlino; T293, Roma; Luciana Brito, San Paolo; Le Scalze, Napoli; Priska Pasquer, Colonia e Parigi; Schirn Kunsthalle, Francoforte; Michael Benevento, Los Angeles.
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