Ibrahim Mahama. A Shea Garden
Ibrahim Mahama, A Shea Garden, Galleria Barovier&Toso, Venezia I Ph. Ernest Sackitey. Courtesy Red Clay
Dal 4 Maggio 2026 al 18 Luglio 2026
Venezia | Visualizza tutte le mostre a Venezia
Luogo: Galleria Barovier&Toso pop-up
Indirizzo: Rio Terà della Carità 1046
La Galleria Barovier&Toso (Murano, Venezia), in collaborazione con Apalazzogallery (Brescia), presenta “A Shea Garden”, una mostra di Ibrahim Mahama, dal 4 maggio al 18 luglio presso il pop-up della Galleria Barovier&Toso in Rio Terà della Carità 1046, a Dorsoduro, Venezia (dietro le Gallerie dell’Accademia).
Nato a Tamale, in Ghana, nel 1987, Ibrahim Mahama ha raggiunto la notorietà internazionale grazie a monumentali installazioni realizzate con sacchi di juta, sacchi di carbone e traversine ferroviarie – materiali che rivelano le infrastrutture nascoste del commercio globale. I sacchi di juta al centro del suo lavoro sono prodotti nel Sud-Est asiatico e importati in Ghana dal Ghana Cocoa Board per trasportare le fave di cacao destinate all’esportazione verso l’Europa e gli Stati Uniti. Dopo il primo utilizzo, vengono riutilizzati dai commercianti locali per trasportare riso e mais, spesso contrassegnati con nomi e segni di proprietà, prima di essere infine impiegati per il trasporto del carbone. Ogni fase lascia tracce sul tessuto, registrando storie di lavoro, scambio e circolazione. La pratica di Mahama indaga il modo in cui questi materiali quotidiani assorbono i segni dei sistemi economici e politici. Le loro superfici consumate tracciano le reti dell’estrazione coloniale, del lavoro nel periodo post-indipendenza e del commercio globale, testimoniando storie spesso trascurate. L’artista descrive il suo processo come una forma di “viaggio nel tempo”, che reindirizza i residui delle economie coloniali e postcoloniali per generare nuovi significati e possibilità. Questo approccio si estende in “A Shea Garden” attraverso un nuovo dialogo con il vetro di Murano. Al centro del progetto vi sono i tradizionali recipienti in argilla del nord del Ghana – oggetti umili un tempo utilizzati per conservare il grano o nutrire il pollame, profondamente inseriti nei ritmi della vita quotidiana e dei cicli agricoli. Alcuni assumono la forma di ciotole aperte impiegate per conservare il cibo nel corso delle stagioni, mentre altri sono contenitori sferici perforati da piccoli fori che permettevano alle galline di beccare il grano. Questi recipienti erano spesso collocati all’interno di ciotole più grandi e poco profonde che ne stabilizzavano la forma rotonda, dimostrando l’ingegnosità pratica del loro design.
Il titolo fa riferimento all’albero del karité (Vitellaria paradoxa), una risorsa vitale nel paesaggio della savana del nord del Ghana. Le sue noci vengono lavorate a mano per produrre il burro di karité, utilizzato in cucina, in medicina e nel commercio, mentre la polpa del frutto fornisce nutrimento all’inizio della stagione delle piogge, prima del raccolto annuale. Tradizionalmente, la raccolta e la lavorazione del karité sono attività svolte dalle donne, un sapere tramandato di generazione in generazione insieme ai recipienti utilizzati per conservarlo e lavorarlo.
Nella collaborazione di Mahama con Galleria Barovier&Toso, queste forme in argilla vengono tradotte in vetro di Murano, trasformandone il linguaggio materiale. L’argilla, opaca e segnata dall’uso, custodisce la memoria del lavoro quotidiano; nel vetro, invece, i recipienti diventano trasparenti e vuoti, conservando soltanto l’assenza della vita che un tempo contenevano. Questa trasformazione – da oggetto d’uso comune a fragile forma scultorea – rende la perdita, la memoria e lo sradicamento il vero soggetto dell’opera. Nel corso della sua carriera Mahama ha esplorato le eredità del commercio, del lavoro e delle infrastrutture in Africa. A Venezia, questa indagine incontra un’altra tradizione fragile: quella della lavorazione del vetro di Murano. Come le rotte commerciali inscritte nei materiali di Mahama, anche la storia secolare dell’artigianato muranese è oggi sottoposta a crescenti pressioni dovute all’industrializzazione e ai cambiamenti economici. La collaborazione tra l’artista, Galleria Barovier&Toso e Apalazzogallery, mette in dialogo queste storie parallele, collegando due tradizioni plasmate dagli scambi globali e sostenute da saperi tramandati di generazione in generazione.
Attraverso questo incontro tra argilla e vetro, “A Shea Garden” riflette sulla persistenza della memoria culturale e sui sistemi fragili – economici, sociali e materiali – che continuano a determinare il modo in cui oggetti, lavoro e storie circolano nel mondo.
Nato a Tamale, in Ghana, nel 1987, Ibrahim Mahama ha raggiunto la notorietà internazionale grazie a monumentali installazioni realizzate con sacchi di juta, sacchi di carbone e traversine ferroviarie – materiali che rivelano le infrastrutture nascoste del commercio globale. I sacchi di juta al centro del suo lavoro sono prodotti nel Sud-Est asiatico e importati in Ghana dal Ghana Cocoa Board per trasportare le fave di cacao destinate all’esportazione verso l’Europa e gli Stati Uniti. Dopo il primo utilizzo, vengono riutilizzati dai commercianti locali per trasportare riso e mais, spesso contrassegnati con nomi e segni di proprietà, prima di essere infine impiegati per il trasporto del carbone. Ogni fase lascia tracce sul tessuto, registrando storie di lavoro, scambio e circolazione. La pratica di Mahama indaga il modo in cui questi materiali quotidiani assorbono i segni dei sistemi economici e politici. Le loro superfici consumate tracciano le reti dell’estrazione coloniale, del lavoro nel periodo post-indipendenza e del commercio globale, testimoniando storie spesso trascurate. L’artista descrive il suo processo come una forma di “viaggio nel tempo”, che reindirizza i residui delle economie coloniali e postcoloniali per generare nuovi significati e possibilità. Questo approccio si estende in “A Shea Garden” attraverso un nuovo dialogo con il vetro di Murano. Al centro del progetto vi sono i tradizionali recipienti in argilla del nord del Ghana – oggetti umili un tempo utilizzati per conservare il grano o nutrire il pollame, profondamente inseriti nei ritmi della vita quotidiana e dei cicli agricoli. Alcuni assumono la forma di ciotole aperte impiegate per conservare il cibo nel corso delle stagioni, mentre altri sono contenitori sferici perforati da piccoli fori che permettevano alle galline di beccare il grano. Questi recipienti erano spesso collocati all’interno di ciotole più grandi e poco profonde che ne stabilizzavano la forma rotonda, dimostrando l’ingegnosità pratica del loro design.
Il titolo fa riferimento all’albero del karité (Vitellaria paradoxa), una risorsa vitale nel paesaggio della savana del nord del Ghana. Le sue noci vengono lavorate a mano per produrre il burro di karité, utilizzato in cucina, in medicina e nel commercio, mentre la polpa del frutto fornisce nutrimento all’inizio della stagione delle piogge, prima del raccolto annuale. Tradizionalmente, la raccolta e la lavorazione del karité sono attività svolte dalle donne, un sapere tramandato di generazione in generazione insieme ai recipienti utilizzati per conservarlo e lavorarlo.
Nella collaborazione di Mahama con Galleria Barovier&Toso, queste forme in argilla vengono tradotte in vetro di Murano, trasformandone il linguaggio materiale. L’argilla, opaca e segnata dall’uso, custodisce la memoria del lavoro quotidiano; nel vetro, invece, i recipienti diventano trasparenti e vuoti, conservando soltanto l’assenza della vita che un tempo contenevano. Questa trasformazione – da oggetto d’uso comune a fragile forma scultorea – rende la perdita, la memoria e lo sradicamento il vero soggetto dell’opera. Nel corso della sua carriera Mahama ha esplorato le eredità del commercio, del lavoro e delle infrastrutture in Africa. A Venezia, questa indagine incontra un’altra tradizione fragile: quella della lavorazione del vetro di Murano. Come le rotte commerciali inscritte nei materiali di Mahama, anche la storia secolare dell’artigianato muranese è oggi sottoposta a crescenti pressioni dovute all’industrializzazione e ai cambiamenti economici. La collaborazione tra l’artista, Galleria Barovier&Toso e Apalazzogallery, mette in dialogo queste storie parallele, collegando due tradizioni plasmate dagli scambi globali e sostenute da saperi tramandati di generazione in generazione.
Attraverso questo incontro tra argilla e vetro, “A Shea Garden” riflette sulla persistenza della memoria culturale e sui sistemi fragili – economici, sociali e materiali – che continuano a determinare il modo in cui oggetti, lavoro e storie circolano nel mondo.
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