Fino al 13 dicembre alla Fondazione Magnani Rocca

Cento capolavori per raccontare una vita. In scena a Parma il museo ideale di Luigi Magnani

Giovan Battista Moroni, Il cavaliere in rosa, 1560, Olio su tela, 216x123 cm, BergamoFondazione Museo di Palazzo Moroni
 

Francesca Grego

14/09/2020

Parma - A Luigi Magnani essere definito collezionista non andava proprio giù. “A differenza dei collezionisti non frequento gli antiquari, non vado alle aste, non visito le mostre”, spiegò nel 1984 durante la sua ultima intervista. “Ho, sì, un mio museo immaginario formato dalle opere più amate e ammirate nel tempo, e di altre che per qualche fatalità hanno preso corpo e sostanza reale presso di me, senza tuttavia che io faccia tra le une e le altre grande differenza. Esse sono per me tutte oggetto di uguale amore e degne della più devota contemplazione; abitano la mia mente come la mia casa e se per caso alcune di quest’ultime non risultavano degne di quella collocazione ideale, salivano in solaio mentre altre che passavano sul mio cielo, si posavano silenziosamente su quei vuoti come angeli”. L’understatement di Magnani non deve trarci in inganno: è una raccolta di valore impressionante quella che ha lasciato nella villa di famiglia a Mamiano di Traversetolo presso Parma, dove era solito ritirarsi a scrivere e a pensare, per ricevere pittori come Giorgio Morandi e Renato Guttuso, poeti come Eugenio Montale e Giuseppe Ungaretti, esperti d’arte come Bernard Berenson, Reali come la principessa Margaret d’Inghilterra. Dai preziosi fondi oro medievali al Rinascimento sontuoso di Tiziano, da Rembrandt a Goya, da Canova a Renoir, De Chirico, Burri, Pistoletto, i tesori conservati presso la Villa dei Capolavori attraversano le epoche tratteggiando il profilo del padrone di casa.


Claude Monet, Falaise à Pourville, soleil levant, 1897, Olio su tela

Fino al prossimo 13 dicembre la Fondazione Magnani Rocca rende omaggio allo scrittore, compositore, storico dell’arte e critico musicale emiliano con una grande mostra. L’ultimo romantico. Luigi Magnani il signore della Villa dei Capolavori affianca ai gioielli della collezione le opere che Magnani accarezzò per tutta la vita nel suo “museo immaginario” senza mai riuscire a materializzarle nelle sue stanze. Sono arrivate per l’occasione da importanti musei come le Gallerie degli Uffizi di Firenze, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, il Mart di Rovereto. il Museo del Novecento di Milano o da esclusive raccolte private e hanno come ambasciatore il cinquecentesco Cavaliere in rosa di Giovan Battista Moroni, sulle ribalte mondiali dopo una recente mostra alla Frick Collection di New York, commentato qui sotto dal curatore Alberto Galansino. 


Il direttore di Palazzo Strozzi sul ritratto di Gian Gerolamo Grumelli

C’è poi un dipinto che, giurano i curatori del progetto Stefano Roffi e Mauro Carrera, da solo vale la visita a Mamiano di Traversetolo: si tratta della grande tela di Francisco Goya La famiglia dell’infante don Luìs, “forse il ritratto di corte più rivoluzionario della storia della pittura”. E c’è poi un confronto ai vertici tra le Madonne con Bambino di Filippo Lippi, Albrecht Dürer, Domenico Beccafumi, dipinte a cinquant'anni l’una dall’altra e presentate tra meraviglie di Ghirlandaio, Carpaccio, Rubens, Van Dyck, Tiepolo, con le Stimmate di San Francesco di Gentile da Fabriano e la Sacra Conversazione di Tiziano. E se la scultura ottocentesca trova esempi splendenti nella Tersicore di Antonio Canova e nelle figure femminili di Lorenzo Bartolini, il Novecento offre un altro incredibile scorcio sul “museo dell’anima” di Magnani. Ai dipinti di Giorgio Morandi, alle tele di De Chirico, De Pisis, Severini, Donghi, Guttuso, alle sculture di Manzù e di Leoncillo, allo spiazzante Sacco di Burri, rispondono i capolavori internazionali di Monet, Renoir, Matisse, Cézanne, cui il padrone di casa dedicò un’intera sala.


Francisco de Goya y Lucientes, La famiglia dell'Infante don Luìs, 1783-1784, Olio su tela

Ma soprattutto in mostra c’è il mondo di Luigi Magnani: la sua passione inesauribile e silenziosa nutrita, fin dalla giovinezza, dalla frequentazione dei più bei musei europei, il dialogo con i grandi del presente e del passato, l’amore per la storia e le bellezze della penisola che lo portò, nel 1955, a essere tra i fondatori di Italia Nostra, la naturalezza nel passare dalla letteratura alla pittura, dalla scultura alla musica, che gli ha permesso di scrivere da profondo conoscitore di Correggio come di Mozart e di Beethoven, di Morandi come di Stendhal o di Proust. Ci sono arredi degni di un salone napoleonico e antichi strumenti musicali, ritratti e autoritratti delle personalità passate per Mamiano di Traversetolo, omaggi alle inclinazioni musicali del padrone di casa firmati da De Chirico o da Pistoletto e infine, scrivono i curatori, c’è la rara capacità che consentì a Magnani, quale ”ultimo Romantico”, di “ricongiungere le ragioni del sentimento e quelle dell’intelletto” nel nome di una bellezza carica di assoluto.


Renato Guttuso, Natura morta con pianoforte, 1947, Olio su tela

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