Tra memoria, corpo e geopolitica, i padiglioni dell’Arsenale costruiscono una mappa instabile del presente, dove arte e realtà si intrecciano ridefinendo identità e visioni.
All’Arsenale, la Biennale si attraversa come una lunga deriva tra visioni: non una sequenza di padiglioni isolati, ma un racconto continuo in cui linguaggi, geografie e sensibilità si intrecciano. Più che rappresentare singole nazioni, i progetti costruiscono un atlante del presente, dove memoria, corpo e territorio diventano strumenti per orientarsi nel mondo.
Il percorso si apre attorno alla costruzione del senso. Gli
Emirati Arabi Uniti, con
Washwasha e gli artisti
Mays Albaik, Jawad Al Malhi, Farah Al Qasimi, Alaa Edris, Lamya Gargash e
Taus Makhacheva, trasformano il suono in un archivio vivente, dove la tradizione orale si intreccia con le tecnologie contemporanee. Accanto, la
Lettonia con
Untamed Assembly: Backstage of Utopia utilizza gli archivi come dispositivi attivi, capaci di interrogare i sistemi di potere e immaginare nuove forme di libertà. Più rarefatta è la proposta dell’Irlanda:
Ireland at Venice 2026, affidato a
Isabel Nolan, si muove tra mito, cosmologia e storia profonda, costruendo uno spazio in cui l’esperienza diventa ricerca di significato.
Il discorso si sposta poi sul corpo e sull’identità. Il
Lussemburgo presenta
La Merde di
Aline Bouvy, un progetto radicale che mette in crisi norme sociali e meccanismi di esclusione attraverso la dimensione dell’abietto. Per l'
Italia Con te con tutto, con opere di
Chiara Camoni a cura di
Cecilia Canziani, si articola come un'installazione unica che coinvolge l'intero Padiglione e lo immagina come un paesaggio in trasformazione, in cui il corpo della scultura e i corpi dei visitatori sono invitati a uno scambio reciproco. Chiara Camoni fa parte di una costellazione di pensatrici e artiste impegnate a reincantare il mondo. Il suo lavoro si inscrive nell'alveo di una riflessione italiana sulla scultura caratterizzata dalla decostruzione del rapporto con il monumento, dal recupero di materiali tradizionali come la terracotta e dall'interesse per le storie dell'arte minori, in particolare quella etrusca, passando attraverso i maestri italiani del Novecento e l'Arte Povera. L'opera è interpretata dall'artista come epifania: apparizione di forme che raccontano l'ibridazione tra mondo animale, mondo umano e sacro e occupano lo spazio in maniera temporanea, in equilibrio con il mondo.
Il
Padiglione del Libano, con
Don’t Get Me Wrong di
Nabil Nahas, esplora il rapporto tra uomo, natura e cosmo, offrendo un'esperienza visiva e spirituale che trasforma lo spettacolare in un veicolo di introspezione. Riflettendo l'identità fluida e multiculturale del Libano, il Padiglione celebra l'unità nella diversità e la bellezza delle contraddizioni, in linea con la ricerca artistica che Nabil Nahas porta avanti da diversi decenni, viaggiando tra il Libano e gli Stati Uniti. In parallelo si inserisce il
Padiglione della Turchia con
Un bacio sugli occhi di
Nilbar Güreş, artista celebrata per il suo approccio poetico, critico e arguto ai simboli culturali, alle disuguaglianze sociali e alle questioni di identità.
L'artista Alwar Balasubramaniam espone le sue opere nel Padiglione India, Geographies of Distance. Remembering Home | Biennale Arte Venezia 2026 Il mare e il territorio attraversano il percorso come una corrente continua. Le
Filippine, con
Sea of Love / Dagat ng Pag-ibig di
Jon Cuyson, raccontano il lavoro e la memoria delle comunità marittime, trasformando l’oceano in un archivio vivo. Il
Padiglione dell’India con
Geographies of Distance: Remembering Home affronta il tema della distanza e dell’appartenenza, mentre il
Padiglione del Messico con
Actos invisibles para sostener el universo del collettivo
RojoNegro (María Sosa e Noé Martínez) restituisce valore a gesti minimi e invisibili. In questo stesso orizzonte si inserisce il
Padiglione dell’Uzbekistan con
The Aural Sea, che rilegge il mare come spazio di ascolto e attraversamento, e il
Padiglione della Cina con
Dream Stream, progetto corale che riflette sui flussi culturali e simbolici contemporanei.

Zhanna Kadyrova,
Origami - Olen (Deer), 2019, concrete | Courtesy © the artist, Galleria Continua
La riflessione si apre poi alla tecnologia e alla percezione. Il
Padiglione del Cile, con
Inter-Reality di
Voluspa Jarpa, costruisce un’indagine sulle relazioni tra realtà, rappresentazione e costruzione politica dell’immaginario, mentre il
Padiglione dell’Argentina con
Monitor: Yin-Yang esplora sistemi di opposizione e complementarità. Il Padiglione di
Singapore con
A Pause di
Amanda Heng presenta un lavoro con il corpo e il quotidiano. La mostra trasforma il padiglione in uno spazio di riposo e osservazione, incentrato su azioni ordinarie come sedersi, aspettare e guardare. A questo nucleo si affiancano il Padiglione dell’
Ucraina con
Security Guarantees, accoglie il progetto di
Zhanna Kadyrova che riflette sulla fragilità e sulla resilienza attraverso
Origami Deer, una scultura originariamente installata nel 2019 a Pokrovsk, nella regione di Donetsk, sul sito di un aereo a reazione sovietico smantellato che un tempo trasportava armi nucleari. e il Padiglione della
Slovenia con
Soundtrack for an Invisible House del collettivo
Nonument Group, che offre uno spazio contemplativo tra passato e presente, ponendo domande urgenti sugli intrecci tra religione, potere e conflitto nel mondo di oggi.
In una Biennale attraversata da forti tensioni geopolitiche — dalla presenza controversa di alcuni padiglioni alla ridefinizione dei rapporti tra cultura e diplomazia — il rapporto tra arte e politica emerge con particolare evidenza. In questo contesto, il
Padiglione di Malta con
No Need to Sparkle: Experiments in Love and Revolution risponderà alle realtà del presente abbracciando l'idea aristotelica del "dubbio sapiente" — un invito a considerare il dubbio come forza attiva e resistente. L'opera trasporta il pubblico in narrazioni stratificate, trame mutevoli e storie in dissoluzione, provocando una riflessione più profonda su verità, percezione e sistemi di credenza — temi che si allineano con le ambizioni culturali più ampie del Paese. Articolato è il contributo del
Padiglione del Perù con
From Other Worlds di
Sara Flores, che esplora le possibilità illimitate della riconfigurazione formale. In chiusura, il
Padiglione di Timor-Leste con
Across Words di
Veronica Pereira Maia, Etson Caminha e Juventino Madeira riflette sul linguaggio come spazio instabile e poroso: le parole diventano territori di attraversamento, capaci tanto di connettere quanto di creare distanza.
A completare questo paesaggio, il
Padiglione dell’Albania con
A Place in the Sun di
Genti Korini affronta in modo più diretto il tema della rappresentazione e delle sue implicazioni politiche. L'intervento di Korini porta l'attenzione sulla storia dell'Albania e sul suo rapporto con la modernità, sul patrimonio passato e presente e alle tensioni tra realtà e finzione. Il progetto prende le mosse da una riflessione sulle narrazioni costruite attorno all’immagine del Paese, interrogando il modo in cui identità e appartenenza vengono proiettate, filtrate e spesso distorte attraverso lo sguardo esterno.
Il Padiglione dell’
Arabia Saudita con
Mai si asciughino le lacrime che piangi sulle pietre di
Dana Awartani lavora sulla memoria e sul patrimonio; mentre il Padiglione del
Marocco con
Asǝṭṭa di
Amina Agueznay sviluppa una riflessione tra artigianato, spazio e comunità.
Nel loro insieme, i padiglioni dell’Arsenale restituiscono un paesaggio fluido e stratificato, dove ogni progetto è un invito ad attraversare, ascoltare e ripensare il nostro modo di stare nel mondo.