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E DELL’ACCADEMIA DELLE ARTI DEL DISEGNO DI FIRENZE

 
Al Museum Rietberg di Zurigo venti artisti dialogano con gli archivi fotografici dell'era coloniale, restituendo nomi, voci e dignità a chi fu ritratto come "altro".

Eleonora Zamparutti
formato sconosciuto

Le opere in mostra raccontano storie multistrato e possono essere lette a vari livelli", afferma Nanina Guyer, curatrice della mostra. "Esplorano il significato della singola foto, andando oltre, e lo trasformano. Gli stessi artisti rielaborano il contenuto dei documenti storici creando a loro volta nuovi archivi. Questa esposizione mette a confronto gli stereotipi del mondo colonizzato."

Si tratta della prima esposizione al mondo di arte contemporanea che affronta il tema degli archivi fotografici su scala globale: venti artisti si sono confrontati con altrettante raccolte. "Ne è venuto fuori un progetto molto vario e ricco che esprime una forte umanità ma anche contrasto, non accettazione della realtà testimoniata dai documenti d'archivio", spiega ancora Guyer. Durante i tre anni di lavoro intenso, la curatrice ha individuato i lavori di cinquanta artisti, poi scesi a venti.

Quasi un paradiso. Fotografia dell'era coloniale nell'arte contemporanea è allestita al Museum Rietberg di Zurigo (fino al 6 settembre 2026) ed è la prima mostra in Svizzera a esplorare questo fenomeno nell'arte contemporanea globale. Artisti di fama internazionale provenienti — o appartenenti alle diaspore — di Africa, Americhe, Asia, Australia e Oceania lavorano con materiale visivo dell'era coloniale. Il percorso si articola in quattro sezioni tematiche: Mutaforme, in cui gli artisti reagiscono all'assenza di immagini creando i propri archivi; Confronto, dedicata alla decostruzione degli stereotipi coloniali; Cura, che raccoglie gli atti di riparazione e protezione verso i soggetti fotografati; e Nel fantastico fotografico, dove memoria e immaginazione si intrecciano.

Il titolo riprende una citazione della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, che ci ricorda come le storie raccontate da molte voci ci permettano di ritrovare una sorta di paradiso. Un filo conduttore discreto attraversa tutte le sale: le fotografie storiche provenienti dalla collezione del museo, esposte su isole di colore scuro lungo le pareti. Di tutti i lavori esposti, cinque sono su commissione.


Dinh Q. Lê, Crossing the Farther Shore, 2014 © Dinh Q. Lê


L'opera di Dinh Q. Lê (1968–2024) è presente nella sezione Mutaforme. E' stato un artista di origini vietnamite vissuto negli Stati Uniti. Negli anni Novanta ritorna nel suo paese per cercare le foto della sua famiglia, rifugiatasi nel 1978. Non ne trova, ma scopre nei mercatini dell'usato di Ho Chi Minh City migliaia di immagini appartenute ad altre famiglie costrette alla fuga, e a partire da quelle elabora la sua creazione. "Acquistando le opere di questi artisti", osserva Guyer, "i musei sono naturalmente coinvolti nella conservazione dei materiali d'archivio. In un certo senso questa generazione di artisti ha un ruolo da archivista." Nell'opera Crossing the Farther Shore, Lê intreccia queste fotografie in strutture cubiche che richiamano le zanzariere sotto cui dormiva da bambino durante il viaggio verso la salvezza. Le immagini sono accompagnate da versi del poema epico vietnamita Truyện Kiều di Nguyễn Du, una storia di separazione, perdita e ritorno a casa. Nei nostri ricordi le foto del Vietnam sono immagini di guerra: il lavoro di Lê ci mostra un Vietnam diverso, fatto di intimità, leggerezza e gioia quotidiana.

"Nella sezione Confronto si sottolinea lo stereotipo creato dalle foto storiche, così sedimentato nel nostro gusto e nel nostro inconscio che lo diamo per scontato" afferma Nanina Guyer. C'è una serie di immagini che ritraggono scene di vita nell'America degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. All'apparenza è tutto normale, ma osservando si nota la presenza di un uomo nero, sempre lo stesso, in ogni singola fotografia. Il fotografo senegalese Omar Victor Diop (1980) compare in ciascuna di esse, in luoghi in cui, in quanto uomo nero, non avrebbe potuto essere presente a causa della segregazione razziale.

Il progetto Being There, realizzato con il regista Lee Shulman — proprietario di un immenso archivio fotografico — utilizza diapositive trovate per far emergere la violenza nascosta dell'esclusione. Diop ha indossato abiti d'epoca posando davanti a un green screen: l'estrema attenzione al dettaglio ha reso il suo inserimento digitale quasi impercettibile. Ed è proprio questa apparente normalità a rendere le opere così potenti. "Un confronto critico con le immagini dell'era coloniale non annulla magicamente l'ingiustizia", osservano Diop e Shulman, "ma rivela storie silenziate, destabilizza le narrazioni dominanti e mantiene viva la consapevolezza."

Troppo spesso le fotografie storiche raccontano le ingiustizie della schiavitù e della colonizzazione. La sofferenza dei ritratti è resa estremamente visibile, mentre la storia fuori dall'inquadratura viene dimenticata. Le opere della sezione Cura cercano di contrastare questo squilibrio: gli artisti attraversano le epoche per prendersi cura di chi ha subito ingiustizie davanti all'obiettivo, con una forma radicale di empatia.


Sasha Huber, Tailoring Freedom – Delia, profile, 2023 © Sasha Huber, per gentile concessione dell’artista e Harvard University

Nel 1850 il naturalista svizzero-americano Louis Agassiz commissionò una serie di fotografie di persone schiavizzate e ritratte nude nelle piantagioni statunitensi per sostenere la sua teoria della "gerarchia delle razze": oggi quelle immagini costituiscono la più antica documentazione fotografica conosciuta di individui ridotti in schiavitù. Sasha Huber (1975) combina la rabbia per il passato con un profondo affetto verso le persone rappresentate. In un gesto di cura carico di indignazione, interviene sulle fotografie con una sparapunti: le graffette perforano l'immagine e si trasformano in un'armatura che protegge dalla sofferenza, creando abiti scintillanti che ricordano quelli di Frederick Douglass e Harriet Tubman.

L'opera Tailoring Freedom riflette su come queste immagini possano essere riparate e riappropriate. La vicenda ha avuto anche risvolti giudiziari: nel 2017 Tamara Lanier, convinta che uno dei soggetti, Renty, fosse un suo antenato, chiese a Harvard la restituzione dei dagherrotipi. Dopo anni di battaglie legali, nel 2025 le parti hanno raggiunto un accordo: l'università ha accettato di trasferire le immagini all'International African American Museum.


Raphaël Barontini, The Golden Ladies, 2026 © 2026, ProLitteris, Zurigo, per gentile concessione dell’artista


A chiudere il percorso, nella sezione Nel fantastico fotografico, è l'opera di Raphaël Barontini (1984), la cui arte è popolata da eroine che la storia ha a lungo ignorato. Il lavoro — realizzato per KANAL Pompidou a Bruxelles, il nuovo museo nell'ex garage Citroën che sarà inaugurato a novembre 2026 — prende spunto da Nobosudru, una donna dell'attuale Repubblica Democratica del Congo. La fotografia originale fu scattata nel 1924-25 durante la Croisière Noire, spedizione promozionale organizzata dalla Citroën: il ritratto di profilo venne poi diffuso in tutta Europa come simbolo della "donna africana".

L'opera monumentale di Barontini immagina quell'incontro dal punto di vista di Nobosudru. Invertendo la prospettiva, l'artista la libera dal ruolo di "oggetto di studio": non più comparsa passiva in un racconto di conquista occidentale, ma finalmente autrice della propria storia.



Tshepiso Moropa, Night Riders, 2025 © Tshepiso Moropa, per gentile concessione dell’artista


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