Il regista e produttore di Exhibition on Screen parla del film documentario "Caravaggio" che dal 4 al 6 ottobre inaugura al cinema la rassegna "I Grandi Maestri" di Kublai Film.
Un uomo in cerca di redenzione, ma senza l'ombra di un rimorso. È il Caravaggio che arriva
nelle sale cinematografiche italiane il 4, 5 e 6 ottobre con
Caravaggio, il documentario diretto da David Bickerstaff e Phil Grabsky, prodotto da
Exhibition on Screen e distribuito da
Kublai Film. Il film apre "I Grandi Maestri", la nuova stagione di cinque appuntamenti con i giganti della pittura, del cinema e della letteratura, di cui ARTE.it è media partner.
Cinque anni di lavorazione, 100 minuti in versione originale con sottotitoli italiani. Il racconto segue il pittore, interpretato da
Jack Bannell, durante il viaggio in barca da Napoli verso Roma nel 1610. Tra ricordi, nemici e il peso dell'omicidio di Ranuccio Tomassoni, Caravaggio ripercorre la sua vita. E a raccontarla, più che illustrarla, sono i suoi quadri.
Phil Grabsky ha inventato un genere: nel 2011 ha firmato il primo film mai realizzato a partire da una mostra d'arte, dedicato all'esposizione londinese su Leonardo. Da allora Exhibition on Screen ha prodotto oltre quaranta lungometraggi, distribuiti in circa 50 Paesi. Con lui abbiamo parlato di un Caravaggio lontano dal cliché del "maledetto", del rapporto dell'artista con il potere e del perché i suoi capolavori vanno visti al cinema.

Foto di scena del film "
Caravaggio" di David Bickerstaff e Phil Grabsky © David Bickerstaff
Phil, il tuo Caravaggio ha qualcosa del protagonista di una tragedia shakespeariana: un uomo tormentato, in cerca di redenzione. Su di lui si sono girati tanti film e documentari. Da dove sei partito per raccontarlo in modo nuovo?"Da una domanda semplice: chi era l'uomo dietro quei quadri straordinari? Nel 2011 ho firmato il primo film mai realizzato a partire da una mostra d'arte, quella su Leonardo a Londra.
Caravaggio è il nostro quarantesimo lungometraggio, e se ci ho messo tanto ad arrivarci è perché volevo farlo come si deve. I film che avevo visto non rispondevano alle mie domande."
Che cosa non ti convinceva?"Davano per scontato che al pubblico interessasse soprattutto il Caravaggio notturno: il vino, le risse, le prostitute. Ti lasciavano l'immagine del "bad boy" di Roma, ma non ti spiegavano come fosse diventato un grande artista, come si muovesse nel suo contesto economico e sociale, che cosa volesse dire con la sua pittura. Eppure, se guardi quei quadri con attenzione, ci trovi un narratore magistrale. E un messaggio."
E per arrivare a quel messaggio?"Anni di ricerche. Sono andato a vedere dal vivo quanti più dipinti possibile, ho letto, ho consultato i documenti originali, ho rivisto tutti gli altri film. Alla fine ho deciso di lasciare la parola a lui. All'inizio del film Caravaggio dice: 'So che tornare a Roma è un rischio, potrei essere ucciso; non voglio che sia qualcun altro a scrivere il mio necrologio, ve lo racconto io.'"
Un Caravaggio che si riprende la propria storia, insomma."Esatto. E che si rivela molto più complesso, colto e intelligente di quanto si creda. Non avrebbe frequentato i nobili romani, né sarebbe stato accolto negli ambienti ecclesiastici, se non fosse stato così. In quei salotti si parlava di poesia, di letteratura, dell'arte del passato. Non passava le giornate solo a bere e a fare a botte. Ed è da lì, dalla sua intelligenza, che si può cominciare a capire le opere."
Nel film i dipinti non si limitano a illustrare la biografia: fanno da contrappunto, sono quasi una seconda voce narrante. A tratti un'allegoria della sua vita."È una cosa in cui credo molto. Anni fa, girando un film su Mozart, un grande musicista mi disse che non serve conoscere la vita di Mozart per amarne la musica. Non sono d'accordo: più conosci la vita di un artista, più ne capisci l'opera."
Con Caravaggio, però, le fonti sono avare."Avarissime. Per Monet avevo 3.300 lettere, di Mozart ne restano più di 700. Di Caravaggio quasi nulla. Ma la storia parla. La Milano in cui nasce è poverissima, la peste gli porta via tre familiari. A Roma trova una Chiesa che cerca il modo di rispondere al protestantesimo, e il Concilio di Trento chiede agli artisti di parlare ai fedeli, di spiegare davvero le Scritture. Tutto questo entra nei suoi quadri. Se oggi spuntasse un Caravaggio inedito, dal soggetto e dallo stile sapremmo dire più o meno in che momento della sua vita l'ha dipinto."
Il tuo film segue proprio questa evoluzione."Sì, è il bello del racconto cronologico. Lo vedi arrivare a Roma e cercare di affermarsi. Poi, tra il 1599 e il 1600, grazie alle sue frequentazioni e alla stima della nobiltà, arriva la commissione che gli cambia la vita
(le tele per la Cappella Contarelli a San Luigi dei Francesi, ndr)."
E poi c'è il suo volto, che ritorna di quadro in quadro."In certi film sembra un calciatore della Nazionale: bellissimo, capelli perfetti, muscoli e un velo di sudore. Ma noi sappiamo com'era, perché è il primo artista, che io sappia, a ritrarsi così spesso nei propri dipinti. Forse solo Rembrandt, dopo di lui, ha fatto altrettanto. Per fortuna il nostro attore, che è bravissimo, gli somiglia davvero."
Perché, secondo te, Caravaggio si metteva in scena?"E' una sorta di biglietto da visita: sono io l'artista, se volete un dipinto sapete a chi rivolgervi. Ma soprattutto dice a chi guarda: io sono qui come testimone, proprio come te. Rende tutto più intimo, con piccoli espedienti: un tavolo che sembra sporgersi verso di noi, un posto vuoto a tavola. È quello che cerco di fare anch'io da regista, far sì che il pubblico si sporga in avanti. Per questo a volte lascio un quadro sullo schermo senza che nessuno ci parli sopra. Voglio che sia lo spettatore a chiedersi che cosa significa e perché è un capolavoro. Solo dopo arrivano le risposte, degli esperti o, qui, di Caravaggio stesso."

Le riprese del film alla Nation Gallery di Londra
E come hai scelto le opere?"Con fatica. Per
'Leonardo: The Works' avevo inseguito ogni singolo dipinto di Leonardo; con Caravaggio non era possibile, sono troppi. Li ho stampati tutti, li ho stesi su un grande tavolo e mi sono chiesto: quali tengo? Metterli tutti avrebbe trasformato il film in una carrellata fotografica. Decidere che cosa escludere è importante quanto decidere che cosa includere, e alla fine sono i viaggi e le interviste a guidarti."
Ne sono rimasti fuori molti?"Qualcuno, ma ci sono quasi tutti i capolavori: ho cercato di metterne il più possibile. Caravaggio ci ricorda di che cosa siamo capaci quando creiamo, ed è a questo che ho dedicato la mia vita di regista. Chiunque dovrebbe trovare novanta minuti per guardare le sue opere: è straordinario che dei mammiferi come noi sappiano dipingere così."
A un certo punto, nel film, Caravaggio sembra rendersi conto di aver fatto il gioco dei potenti. Detto da un pittore così "rivoluzionario", colpisce. C'era una contraddizione tra la sua libertà e il suo rapporto con il potere?"Sono partito da un'ipotesi. Non sappiamo come sia morto, e una teoria vuole che sia stata la Chiesa a farlo uccidere. Non era un'epoca facile: a Roma si vedevano teste infilzate sulle picche e roghi in piazza. Mi sono chiesto se i suoi quadri fossero così provocatori da spingere il Papa a dire, come nella nostra storia inglese, "
chi mi libererà di costui?"."
Provocatori in che senso?"Si potrebbero leggere come un messaggio ai fedeli: non vi serve la Chiesa, potete parlare direttamente con Dio, senza intermediari e senza pagare per l'assoluzione. Per il Vaticano sarebbe stato inaccettabile."
Una tesi da romanzo."Appunto, e per questo non l'ho messa nel film: sarebbe stata una storia fortissima, ma non la ritengo fondata. Caravaggio camminava su un crinale sottile. La Chiesa trovava i suoi dipinti talvolta sconvenienti, inquietanti: una giovane donna nei panni della Vergine, chiaramente morta, invece che assunta in cielo a braccia alzate
(la Morte della Vergine, ndr). Qualche tela fu rifiutata, magari perché le modelle erano donne reali. Ma quasi mai si ha l'impressione che venisse considerato blasfemo. Era prudente, sapeva fin dove spingersi."
Anche perché Caravaggio doveva lavorare."Esattamente, il contesto economico è decisivo. Come Raffaello, Leonardo o Michelangelo, Caravaggio voleva le grandi commissioni, quelle ben pagate: non qualche ritratto o una piccola pala, ma la volta della Sistina, le Logge. Perché nel 1610 vuole tornare a Roma, pur sapendo di rischiare la vita? Perché è lì che la Chiesa sta costruendo nuove chiese, ed è lì che c'è il lavoro.
E per ottenerlo non bastava il talento. No, ed è per questo che non può essere solo raccontato come un attaccabrighe ubriaco. Pensa a Napoli: ha appena ucciso un uomo a Roma e nel giro di pochi mesi ottiene tre grandi commissioni. Per averle deve aver sostenuto conversazioni colte, con persone che lo stimavano e si fidavano di lui. Sapeva come comportarsi quando gli serviva. E le opere napoletane, realizzate quasi da solo e in pochissimo tempo, sono di un'intelligenza narrativa impressionante. Forse calcare la mano sull'artista maledetto avrebbe venduto più libri e più biglietti, ma non sarebbe stato onesto.
Poi però arriva Malta. E lì si vede tutto l'uomo. Realizza subito opere importanti, diventa cavaliere dell'Ordine di Malta ed è così felice che firma l'unico suo dipinto: da cavaliere, la condanna a morte non potrà più essere eseguita. Poco dopo si troverà di nuovo nei guai. Il carattere, certo, gli ha creato problemi, ma essere arrivato fin lì dice molto di lui. E quel dipinto nella Co-Cattedrale di San Giovanni
(la Decollazione di San Giovanni Battista, ndr) è immenso. Da 400 anni sta esattamente dove lui l'ha dipinto, e la gente fa ancora la coda per vederlo e commuoversi. La storia di Malta è legata a quel quadro.
Oggi il suo linguaggio ci arriva in modo diretto, quasi fotografico. E parla degli ultimi, un tema che dall'Ottocento guardiamo con occhi nuovi. È una pittura modernissima. Forse non te lo aspetti, ma credo che provasse una vera empatia per i poveri. Non guarda mai dall'alto in basso chi vive per strada, le prostitute, chiunque. Penso gli venga dalla giovinezza. È un cristiano, crede in Dio, ma è convinto che l'uomo debba fare di più per chi è in difficoltà. Nei suoi quadri si vede benissimo.
Non erano solo modelli a buon mercato, quindi. Anche, certo. Ma c'è molto di più: vuole elevarli. Li mette lì, alle spalle del sacerdote o nelle cappelle laterali, con i piedi sporchi e le unghie nere. È un'empatia autentica, e senza capirla non si comprende il suo carattere.
La Chiesa chiedeva agli artisti di avvicinarsi ai fedeli, e lui prende la richiesta alla lettera: i poveri del Vangelo sono io, sono i miei amici. Entriamo nel quadro, il popolo siamo noi. Sì, e in questo è stato anche fortunato. Da decenni la Chiesa si chiedeva come rispondere alla Riforma, e una delle risposte era un'arte capace di raccontare meglio le storie bibliche. Caravaggio la prende in parola, anche quando provoca la Chiesa stessa. E pensa a quanti governi, papi e rivolgimenti ha visto l'Italia in 400 anni: nessuno ha mai tolto quei quadri. Progressisti o conservatori, la loro forza emotiva resta intatta. Anche questo è il suo genio.
Sono dipinti che sembrano fermare una scena, come al cinema. Fotogrammi prima dell'invenzione del cinema, con qualcosa di teatrale. Accanto ai suoi, i dipinti dei contemporanei impallidiscono. Era un innovatore, capace di catturare un istante in cui succede di tutto. La sua mente doveva correre di continuo.

Caravaggio,
San Matteo e l'Angelo, 1602, Chiesa di San Luigi dei Francesi, Roma
E il cinema gli restituisce il favore. Proprio così. Voglio che la gente vada a vederli dal vivo, sia chiaro. Ma in chiesa spesso il quadro si vede male: aspetti che qualcuno metta la moneta per la luce, intorno c'è chi scatta foto. In una sala buia, seduto comodo, con un buon sonoro, puoi finalmente guardare i dettagli.
E scopri anche l'artigiano. Che non va mai dimenticato. Non ci sono arrivati disegni preparatori, eppure costruiva le composizioni sulla tela con pochissimi pentimenti. E la resa del corpo umano, di un'armatura, di uno scudo è magnifica.
Con Exhibition on Screen hai costruito un corpus straordinario, legato alle grandi mostre internazionali. Stavolta racconti un maestro senza una mostra alle spalle, e arrivi in Italia con un progetto nuovo, "I Grandi Maestri". Anche un regista, come Caravaggio, lavora in un contesto commerciale. Abbiamo appena finito il nostro quarantaduesimo film: non conosco un'altra casa di produzione di documentari che ne abbia realizzati 42 in quindici anni. In Italia in passato abbiamo lavorato con un altro distributore, che affiancava ai nostri film titoli propri e che stimo molto. Questa volta abbiamo scelto una strada diversa, con Kublai Film, una società molto seria.
Perché proprio una rassegna? Perché la nostra forza è la regolarità: le sale di tutto il mondo sanno che ogni anno avranno quattro nostri film, e li aspettano. Ci sono invece ottimi registi con film singoli che faticano a uscire, perché non hanno un pubblico consolidato. Così abbiamo messo insieme tre nostri titoli e un paio di film singoli, che guadagnano dall'essere in una serie. E forse ci guadagniamo anche noi: chi va a vedere Herzog potrebbe chiedersi qual è il prossimo appuntamento, e scoprire Frida Kahlo. Magari la prossima stagione ci sarà il mio Beethoven. Nel resto del mondo, in circa 50 Paesi, distribuiamo solo Exhibition on Screen. Ma anche Kublai produce film, e così può inserirli in un percorso.
Il pubblico italiano, però, è cambiato. È un po' triste. Prima del Covid l'Italia era probabilmente il mercato più forte al mondo per l'
event cinema, soprattutto per i film d'arte. La pandemia ha colpito duro. Altri Paesi si sono ripresi e sono cresciuti; l'Italia, da quanto so, non del tutto. Spero che "I Grandi Maestri" riporti in sala chi non ci è ancora tornato.
Molti, nel frattempo, hanno imparato a guardare tutto su un tablet. È successo anche a mia sorella maggiore: durante il Covid ha scoperto un mondo di contenuti online. Ma non è la stessa cosa. A casa ci sono gli animali, i bambini, il telefono che squilla, la cena. Al cinema Caravaggio ti parla, e l'emozione è un'altra. Bisogna portare un po' di rispetto a questi artisti: andare in sala e guardare le loro opere in silenzio, senza distrazioni. Si riceve moltissimo in cambio.
Caravaggio di David Bickerstaff e Phil Grabsky (Exhibition on Screen, 100', v.o. con sottotitoli italiani) è nelle sale italiane il 4, 5 e 6 ottobre 2026, distribuito da Kublai Film. Il film inaugura la rassegna "I Grandi Maestri", che prosegue con Werner Herzog. Radical Dreamer (29 novembre - 1 dicembre), Frida Kahlo (14-16 febbraio 2027), Michael Ende. Una storia infinita (14-16 marzo 2027) e Turner & Constable (18-20 aprile 2027).