A cinquant'anni dalla morte di Man Ray, tre mostre tra Rovigo, Parma e Venezia celebrano il maestro delle avanguardie. Ma quanto c'è di nuovo da scoprire dietro immagini ormai iconiche? Tra ricerca, anniversari e richiamo del botteghino, il rischio è raccontare il passato di un artista che ha inventato il futuro.
Il 18 novembre 1976
Man Ray moriva a Parigi, nel suo studio di rue Férou, nel sesto arrondissement, a pochi passi dai Giardini del Lussemburgo. Nato negli Stati Uniti a Philadelfia nel 1890, cresciuto a New York e diventato una delle figure centrali delle avanguardie europee,
Emmanuel Radnitzky aveva attraversato buona parte del Novecento senza mai riconoscersi davvero in una disciplina, in uno stile o in un movimento. Pittore, fotografo, regista, inventore di oggetti e immagini, Man Ray è stato soprattutto uno
sperimentatore. A cinquant'anni dalla sua scomparsa, il calendario delle celebrazioni si infittisce, come spesso accade quando un anniversario importante offre ai musei un'occasione per riportare sotto i riflettori un grande nome. Ma nel caso di Man Ray la coincidenza di tre mostre italiane, concentrate in pochi mesi e a poca distanza l'una dall'altra, solleva una domanda: che cosa abbiamo ancora da scoprire di un artista tanto conosciuto e riprodotto?
A Rovigo,
Palazzo Roverella inaugurerà il 13 novembre
Man Ray. Il maestro del Surrealismo, curata da Pierre-Yves Butzbach e Robert Rocca, con circa trecento opere tra fotografie, disegni, litografie, oggetti e documenti. A Mamiano di Traversetolo, vicino a Parma, la
Fondazione Magnani-Rocca ha aperto il 12 settembre
Man Ray: tutto, un'antologica di oltre 250 lavori che restituisce pari dignità alla fotografia, alla pittura, alla scultura, al design e al cinema. A Venezia, invece, l'
Archivio Storico della Biennale ha recuperato un episodio particolare della propria storia:
la mostra che Man Ray contribuì a realizzare nel 1976 sull'isola di San Giorgio Maggiore, pochi mesi prima di morire. Tre iniziative che, almeno nelle intenzioni dichiarate, raccontano lo stesso artista da prospettive differenti.
La proposta rodigina appare, sulla carta, la più convenzionale. Il titolo, Man Ray. Il maestro del Surrealismo, sceglie una
definizione rassicurante per un autore che ha trascorso la vita a sottrarsi alle classificazioni. L'esposizione promette stampe d'epoca, collaborazioni con il
Man Ray Trust di New York e la
Photothèque Man Ray di Parigi, prestiti dal
Musée Nicéphore Niépce e un percorso che comprende autoritratti, fotografia di moda, nudi femminili, ready-made e cinema sperimentale. Materiali di indubbio interesse, che andremo certamente a vedere all'inaugurazione di metà novembre, ma dai quali, almeno leggendo il progetto annunciato nei comunicati stampa, non emerge ancora una domanda critica particolarmente nuova. L'impressione è quella di una mostra costruita per offrire al pubblico
una panoramica riconoscibile, puntando sull'attrattiva di un nome celebre e di immagini entrate da tempo nell'immaginario collettivo. Una scelta comprensibile per una città come Rovigo, che grazie soprattutto all'impegno della
Fondazione Cariparo investe da anni nelle grandi esposizioni per rafforzare il proprio posizionamento culturale e turistico. Ma il prestigio dei prestatori e la qualità delle opere non bastano, da soli, a garantire l'originalità di un progetto.
Più articolata appare l'operazione della Fondazione Magnani-Rocca, curata da Walter Guadagnini, Mauro Carrera e Stefano Roffi. Il titolo della mostra ("Tutto" appunto) dichiara un'ambizione precisa:
sottrarre l'artista all'identificazione quasi esclusiva con la fotografia e ricomporre un universo creativo nel quale i linguaggi si contaminano continuamente. Qui la pittura, spesso relegata ai margini della sua fortuna espositiva, recupera un ruolo importante, accanto agli oggetti dadaisti, alla grafica, al cinema e alle sperimentazioni fotografiche. È una prospettiva che permette di osservare come un ferro da stiro munito di chiodi, un metronomo con un occhio femminile o una composizione pittorica rispondano alla medesima attitudine: trasformare la funzione e il significato delle cose, mettere in discussione ciò che consideriamo arte e persino il concetto di opera originale. Non tutto, naturalmente, può trovare posto in una mostra, ma il tentativo di ricostruire l'unità di una ricerca così frammentata costituisce già una scelta curatoriale riconoscibile.
A Venezia,
Man Ray, l'immagine ritrovata propone qualcosa di diverso. Non una nuova antologica, ma
il recupero di un progetto storico che appartiene direttamente alla biografia dell'artista. Nel 1976, nell'ambito della Biennale diretta da Vittorio Gregotti, la mostra Man Ray. Testimonianza attraverso la fotografia, curata da
Janus, riunì sull'isola di San Giorgio Maggiore 160 immagini che attraversavano la sua produzione fotografica dal 1917 agli ultimi lavori. Man Ray, già gravemente malato e impossibilitato a viaggiare, seguì personalmente la preparazione dell'esposizione e donò il corpus alla Biennale. Fu una delle sue ultime iniziative espositive in vita. Ripresentare oggi quel materiale, conservato nell'Archivio Storico e accompagnato da documenti originali e dalla prevista riedizione del catalogo del 1977, significa recuperare non soltanto delle fotografie, ma una testimonianza diretta del modo in cui l'artista volle raccontare il proprio lavoro. È
una distinzione importante. La mostra del 1976 comprendeva infatti stampe da negativi originali, riproduzioni di fotografie e immagini tratte da pubblicazioni,
attribuendo alla riproducibilità un valore concettuale che andava oltre la semplice documentazione. Un tema che oggi, nell'epoca della circolazione illimitata delle immagini, meriterebbe di essere approfondito.
Man Ray, Rayograph, 1922. Gelatin silver print. 9 1/2 × 7 in. (24.1 × 17.8 cm). Private collection. Photo by Ben Blackwell. © Man Ray 2015 Trust / Artists Rights Society (ARS), NY / ADAGP, Paris 2025 - opera esposta alla mostra "Man Ray: When Objects Dream" al Metropolitan Museum di New York È proprio il rapporto tra sperimentazione e ricerca a rendere interessante il confronto con altre due mostre recenti, che non hanno avuto bisogno di affidarsi alla ricorrenza per proporre una lettura originale dell'artista. La prima è
Man Ray: When Objects Dream, presentata al
Metropolitan Museum di New York dal settembre 2025 al febbraio 2026. Il progetto, curato da Stephanie D'Alessandro e Stephen C. Pinson, ha concentrato l'attenzione sulle
rayografie, una tecnica che Man Ray sviluppò a Parigi nell'inverno del 1921, utilizzando un procedimento fotografico già conosciuto ma trasformandolo in uno strumento radicalmente nuovo. Disponendo oggetti direttamente sulla carta fotosensibile ed esponendoli alla luce, otteneva immagini senza macchina fotografica, nelle quali le forme diventavano ombre, tracce, apparizioni. Nel 1922 pubblicò con
Tristan Tzara la cartella
Champs délicieux, contribuendo a ridefinire il rapporto tra fotografia, realtà e immaginazione. La mostra del Met, con circa sessanta rayografie affiancate da un centinaio di dipinti, oggetti, disegni e film, ha avuto il merito di ricostruire il significato di quella
rivoluzione, mettendo in relazione la tecnica con l'intero laboratorio creativo dell'artista. Non si trattava semplicemente di esporre immagini celebri, ma di spiegare come e perché, oltre un secolo fa, Man Ray avesse cambiato il modo di concepire la fotografia.
Ancora diversa la prospettiva scelta dalla galleria
Take Ninagawa di Tokyo, che ha chiuso il 3 ottobre una mostra dedicata al rapporto tra
Man Ray e il gioco degli scacchi. Un interesse che accompagnò l'artista per decenni, ben oltre la semplice rappresentazione della scacchiera. Attraverso opere come
Giant Chess Set del 1961, la mostra ha esplorato gli scacchi come struttura generativa del suo lavoro, un sistema di regole all'interno del quale possono intervenire il caso, il desiderio, la sorpresa e la contraddizione. Una chiave di lettura circoscritta, ma capace di illuminare un aspetto essenziale della sua modernità: la creazione artistica come continuo esercizio di sperimentazione, nel quale ogni soluzione può essere rimessa in discussione.
Il ritorno di interesse per Man Ray si inserisce, del resto, in una più ampia riscoperta del
Surrealismo, tornato negli ultimi anni al centro di numerose iniziative internazionali. Non è difficile comprendere perché. In un presente segnato da conflitti, instabilità e trasformazioni tecnologiche sempre più rapide, l'immaginazione surrealista può apparire come una via di fuga dalle inquietudini della realtà.
Ma ridurre il Surrealismo a un rifugio nell'irrazionale significa dimenticarne la natura profondamente sovversiva. Per Man Ray, come per molti protagonisti delle avanguardie, non si trattava di evadere dal mondo, ma di mettere in crisi le convenzioni attraverso le quali lo osserviamo e lo rappresentiamo. La sua arte non cercava consolazione nel sogno: utilizzava il sogno, il caso e l'assurdo per mettere in discussione le nostre certezze.
È qui che la questione delle mostre celebrative diventa più interessante. Quanto è facile costruire un'esposizione intorno a un nome famoso, scegliendo opere immediatamente riconoscibili e affidandosi alla forza delle immagini? E quanto, invece, è più difficile investire in una ricerca capace di aggiungere qualcosa alla conoscenza di un artista? Man Ray offre in questo senso un caso quasi esemplare. La sua fortuna visiva è immensa, ma rischia di diventare una trappola. Basta evocare
Le Violon d'Ingres, il celebre nudo di
Kiki de Montparnasse del 1924, con le effe di violino disegnate sulla schiena, per richiamare un intero immaginario fatto di sensualità, eleganza, mistero e trasgressione. È un'immagine straordinaria, ma anche
una scorciatoia seducente. Come lo sono i suoi ritratti femminili, le muse, le modelle, le fotografie di moda, tutti elementi che continuano a garantire un'immediata riconoscibilità. Eppure Man Ray è stato molto più di questo. Ha attraversato il
Dadaismo e il Surrealismo senza esaurirsi in nessuno dei due, ha anticipato questioni legate alla riproducibilità delle opere, ha trasformato oggetti quotidiani in dispositivi concettuali, ha utilizzato il cinema e la fotografia per superare i confini della rappresentazione tradizionale. In un'epoca nella quale le immagini possono essere prodotte, alterate e replicate con una facilità impensabile fino a pochi anni fa, la sua ricerca offre interrogativi ancora aperti sull'originalità, sull'autorialità e sul rapporto tra realtà e artificio. Questioni che potrebbero rendere Man Ray persino più interessante oggi di quanto non fosse cinquant'anni fa.
Naturalmente, una grande mostra può avere anche il merito di avvicinare nuovi pubblici a un artista, senza necessariamente proporre scoperte o interpretazioni rivoluzionarie. Ma quando tre esposizioni si concentrano nello stesso periodo, il confronto diventa inevitabile. E se l'anniversario costituisce una buona ragione per tornare a parlare di Man Ray, non dovrebbe diventare l'unica ragione per organizzare una mostra. Insistere ancora una volta sulle sue donne, sulla bellezza dei suoi nudi e sul fascino delle immagini più celebri può certamente funzionare al botteghino. Ma rischia di essere
una scelta passatista per raccontare uno degli artisti più moderni del Novecento.
Man Ray, Le Violon d’Ingres, 1924, stampa ai sali d’argento, 39x30 cm. Collezione privata © Man Ray 2015 Trust, by SIAE 2026 Image: Telimage, Paris - opera esposta alla mostra "Man Ray. Il maestro del Surrealismo" a Palazzo Roverella