450 ANNI NEL NOME DI MICHELANGELO
E DELL’ACCADEMIA DELLE ARTI DEL DISEGNO DI FIRENZE

 
Attraverso 100 opere tra dipinti, disegni, incisioni, frutto di importanti prestiti nazionali e internazionali, la mostra getta nuova luce sull'artista

Samantha De Martin
formato sconosciuto

Al di là dell’artista eremita, pastore arcadico della montagna c’è un Giovanni Segantini inedito, moderno storyteller, fondamentale per l’eredità lasciata ai grandi maestri del Novecento, in primis Boccioni, folgorato dalla sua pittura.
Mentre guarda già al suo prossimo progetto - una mostra dedicata all’aeropittura che omaggerà Giovanni Battista Caproni, fondatore della storica azienda aeronautica, attesa a maggio nel Museo Segantini di Arco, Niccolò D’Agati racconta il suo progetto in corso fino al 22 febbraio ai Musei Civici di Bassano del Grappa.

Promossa e organizzata dal Comune e dai Musei Civici di Bassano del Grappa, con il supporto del Segantini Museum di St. Moritz e della Galleria Civica G. Segantini di Arco, l’esposizione ricostruisce la figura di Segantini attraverso un’inedita rilettura della sua opera a confronto con l’arte coeva. Il viaggio curato da Niccolò D’Agati racconta una carriera che in soli vent’anni, dagli esordi “scapigliati” agli ultimi slanci simbolisti, ha saputo influenzare i maggiori movimenti artistici del suo tempo.


Jean-François Millet, Pastorella con il suo gregge, 1863 c. Legato di Alfred Chauchard, 1910. © Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais / Patrice Schmidt

A scandagliarla sono circa cento opere tra dipinti, disegni, incisioni, fotografie e documenti archivistici. Eccezionali prestiti nazionali e internazionali provenienti da alcuni dei più importanti musei d’Europa, dal Musée d’Orsay di Parigi al Rijksmuseum di Amsterdam, dalla Kunsthaus di Zurigo alla Galleria d’Arte Moderna di Milano, ne seguono cronologicamente la parabola artistica.
La fase milanese, oggetto della prima sezione, segnata dall’incontro con il gallerista Vittore Grubicy De Dragon e dal diretto confronto con l’eredità della Scapigliatura e del naturalismo colorista, lascia spazio all’esperienza brianzola, caratterizzata da un crescente interesse per la natura. Il forte legame con l’artista francese Jean-François Millet apre a significativi confronti con la cultura artistica di fine Ottocento. Se la terza sezione dell'esposizione, dedicata alla fase svizzera, prende avvio nel 1886 con il trasferimento di Segantini nella cittadina di Savognin, la tappa conclusiva della mostra esamina l’ultimo decennio della produzione segantiniana.


Giovanni Segantini, Sole d’Autunno, 1887 (© Comune di Arco / Galleria Civica G. Segantini)

Da cosa nasce questa mostra e in cosa si differenzia dalle precedenti esposizioni?
“Nasce da una riflessione maturata tra il Segantini Museum di St. Moritz e con la Galleria Civica G. Segantini di Arco, con l’obiettivo di rifare il punto sulla figura di questo artista spesso presentato nella sua dimensione di grande narratore. Segantini non è stato solo il cantore della montagna, sarebbe riduttivo pensarlo come un eremita perché la sua grandezza sta proprio nell’eredità che ha lasciato al Novecento. Boccioni ad esempio resta folgorato dalla pittura segantiniana capace di unire universale al particolare. Una riflessione nata attorno alla necessità di presentare un grande artista italiano nel programma ufficiale dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026”.

Che uomo era Segantini?
“Dalle sue lettere si evince come sia stato un uomo capace di una gestione dell’immagine pubblica e della propria identità moderna. Ebbe la capacità di captare lo spirito del proprio tempo. In quell’epoca prendeva corpo il mito dell’artista vate. Segantini crea di sé un’immagine che è quella del filosofo, una sorta di immagine cristologica che concorre alla creazione del mito, rispondendo alla necessità della cultura di vedere l’artista come un ponte tra verità terrene e superiori. A fronte di questa figura stratificata, interessata da una sorta di dicotomia tipica della cultura simbolista, la mostra vuole sondare il pittore dinnanzi all’uomo”.

La mostra è stata preceduta da importanti indagini sulle opere. Queste ricerche hanno portato a sorprendenti scoperte, in particolare riguardo l’Ave Maria a trasbordo, opera simbolica del Segantini Museum di St. Moritz e dell’intera produzione segantiniana. Cosa è emerso?
“Le indagini hanno aiutato a rileggere uno degli elementi cruciali nel percorso di Segantini. L’Ave Maria a trasbordo, datata 1886, è sempre stata considerata un quadro icona, la prima opera del Divisionismo italiano. La sua realizzazione è sempre stata ricondotta al 1886, ed è vero. La sua fama è legata alla poeticità dell’immagine. Segantini ne realizza una prima versione nel 1882. Nel 1886 il pittore rifà il dipinto. Vittore nel 1886 aveva avuto la possibilità di andare a Parigi e di visitare l’ultima mostra che segna la fine del fenomeno impressionista e l’affermazione di Seurat e di Signac. Vedendo la mostra di Seurat raggiunse Savognin suggerendo a Segantini di ridipingere l’Ave Maria utilizzando quella tecnica. Le analisi hanno permesso di ritrovare la primissima stesura rielaborata dall'artista nel corso del tempo fino all’ultimo intervento nella primavera del 1888. L’artista modifica costantemente l’immagine originaria lavorando soprattutto sul colore e sulla luce. In realtà Segantini non amava questo quadro perché a suo avviso mancava una sensazione dal vero, la luce mancava di verità. In effetti trovandosi a Savognin ed essendo inverno non aveva potuto lavorare come di consueto en plein air. Le indagini sul quadro hanno permesso di scoprire questi passaggi”.


Giovanni Segantini, Ave Maria a trasbordo, 1886-1888 © Segantini Museum St. Moritz - Deposito della Fondazione Otto Fischbacher Giovanni Segantini

Parliamo della sua intuizione relativa a Effetto di neve a Savognin, trasformato poi in Ritorno dal bosco, dipinto sostanzialmente sopra al precedente. Sotto la figura della contadina che traina una slitta carica di legna è apparsa la sagoma di una "sciatrice" .
“Mentre lavoravamo sull’Ave Maria mi sono trovato a pensare a Effetto di neve a Savognin, che le fonti davano come distrutto. Vedendo la riproduzione su un catalogo ero convinto che sotto ci fosse un’opera. Dalle analisi è apparsa una sciatrice, un’immagine certo più mondana, commerciale e leggera rispetto a Ritorno nel bosco, simile a quella di un manifesto pubblicitario. Questo interessante lavoro di Segantini ci dice molto della mentalità del pittore, di quanta costruzione formale vi sia nel dipinto. In Ritorno dal bosco si percepisce un senso di solitudine, mentre il campanile e la donna, elementi verticali, danno un senso di stasi. All’inizio Segantini aveva pensato anche a un cane, percepito sicuramente come elemento di disturbo in questa quiete”.

Qualche anticipazione relativa alla mostra alla quale sta lavorando?
“Arco ha dato i natali a Giovanni Battista Caproni, genio dell’aviazione, ma anche sostenitore della produzione pittorica dell’Aeropittura. Il progetto al quale stiamo lavorando è una mostra che a maggio celebrerà Caproni ma anche l’Aeropittura".
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