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A Venezia una mostra ricostruisce il lavoro di Alighiero Boetti, tra Arte Povera e ricerca concettuale. Un percorso che mette al centro identità, tempo e collaborazione.

Paolo Mastazza
formato sconosciuto

Una mappa del mondo che cambia mentre la si guarda, un nome che si sdoppia, un’opera che non appartiene mai del tutto a chi la firma. Il lavoro di Alighiero Boetti non si lascia fissare in una forma stabile, ma si costruisce come un sistema aperto, in cui ordine e disordine convivono.

Dal 7 maggio al 22 novembre 2026 lo SMAC Venice dedica all’artista una retrospettiva curata da Elena Geuna, riunendo circa cento opere distribuite in otto sale. La mostra si inserisce nel calendario della Biennale di Venezia 2026 e ripercorre oltre venticinque anni di attività, dalla fine degli anni Sessanta ai primi anni Novanta.

Per comprendere il senso di questo percorso è necessario chiarire chi è Alighiero Boetti. Nato a Torino nel 1940, è tra i protagonisti dell’Arte Povera, ma il suo lavoro si distacca presto da ogni definizione di movimento. Fin dagli esordi, introduce una riflessione sui sistemi, sui linguaggi e sui processi che supera l’idea tradizionale di opera come oggetto concluso.

Boetti è un artista concettuale nel senso più rigoroso: l’opera coincide con il dispositivo che la genera. Questo principio attraversa tutta la sua produzione, dal disegno al ricamo, dalla stampa ai sistemi combinatori. Dualità, tempo, classificazione e instabilità sono le tensioni che ne strutturano la ricerca.

Il tema del doppio è centrale. Nel 1971 decide di firmarsi “Alighiero e Boetti”, trasformando l’identità in un campo di lavoro. Non è una provocazione, ma un metodo per mettere in crisi l’idea di autore unico e introdurre una dimensione plurale nella creazione.

Negli anni Settanta questa logica si traduce nelle collaborazioni con artigiani afghani. Le Mappe, planisferi ricamati aggiornati secondo le trasformazioni geopolitiche, rendono visibile un mondo in continuo mutamento. Accanto a queste, i ricami di lettere, i disegni Biro e le opere postali sviluppano lo stesso principio: l’artista stabilisce le regole, ma l’opera prende forma attraverso variabili che sfuggono al controllo. Il tempo entra così nel lavoro non come tema, ma come materia. Accumulazione, ripetizione e durata diventano strumenti per registrare il cambiamento, mentre i sistemi costruiti dall’artista rivelano progressivamente i propri limiti.

La mostra allo SMAC promette di restituire questa complessità senza ridurla a una sintesi lineare. Dalle prime opere legate all’Arte Povera fino ai cicli degli anni Ottanta e Novanta, il percorso intende mettere in evidenza una pratica costruita per sistemi, ma sempre capace di metterne in crisi il funzionamento, lasciando emergere un lavoro che resta aperto e in continua trasformazione.


Alighiero Boetti, Titoli, 1979, ricamo | Courtesy © Alighiero Boetti, Ben Brown Fine Arts, London.

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