Una mostra racconta affinità e divergenze con prestiti nazionali e internazionali provenienti da importanti musei e collezioni
Degas lo chiamava, con affettuoso sarcasmo, “le vénetien”, alludendo all’orgoglio con cui Federico Zandomeneghi difendeva la propria identità italiana all’interno dell’ambiente impressionista.
Mentre per "Zandò" (Zandomeneghi) il collega francese fu maestro e mentore.
Uno dei protagonisti dell’arte italiana dell’Ottocento e uno dei nomi più incisivi della scena europea, due giganti dai caratteri difficili, ma accomunati da una profonda stima reciproca, si raccontano in una mostra attesa a Rovigo, a Palazzo Roverella, dal 27 febbraio al 28 giugno.
A indagarne il rapporto intenso, talvolta spigoloso, ma sempre fecondo - che unì i due artisti nel corso di una lunga amicizia parigina - è un percorso a cura della storica dell’arte Francesca Dini. La narrazione prende avvio da Firenze, città nella quale i due artisti, sebbene in momenti differenti, maturarono parte della loro formazione. Nella città toscana, dove giunse nel 1858, Degas approfondì lo studio della pittura rinascimentale affinando il proprio linguaggio grazie al contatto con i colleghi legati alla poetica della “macchia”, come Vincenzo Cabianca.
Il soggiorno fiorentino lasciò traccia in una pittura sensibile alla vita contemporanea. In questo contesto prese forma il suo capolavoro giovanile,
La famiglia Bellelli, in prestito dal museo Ordrupgaard di Copenaghen e per la prima volta esposto in Italia. Accanto alle opere di Degas, come i ritratti di Thérèse de Gas e di Hilaire de Gas, prestito del Musée d’Orsay, troveranno posto in mostra confronti inediti con alcuni capolavori macchiaioli, tra cui
Cucitrici di camicie rosse di Odoardo Borrani, il
Ritratto di Augusta Cecchi Siccoli di Giovanni Fattori, e
Dalla soffitta di Giovanni Boldini.
Edgar Degas, Classe de ballet, 1880 ca., collezione privata. Photo Credit: Dominic BüttnerSe la conversione di Zandomeneghi all’Impressionismo, avvenuta dopo il trasferimento a Parigi, viene raccontata in mostra da opere come
A letto dalle Gallerie degli Uffizi – Palazzo Pitti e da
Le Moulin de la Galette (courtesy Fondazione Enrico Piceni), gli anni Ottanta, che segnano una stagione di piena maturità per l’artista veneziano, emergono da lavori come
Mère et fille,
Il dottore,
Le madri,
Visita in camerino,
Al caffè Nouvelle Athènes che testimoniano una partecipazione convinta al percorso impressionista, pur in dialogo costante con una ricerca personale.
In mostra queste opere saranno in dialogo con
Lezione di danza e con la celebre scultura della
Piccola danzatrice di quattordici anni di Degas, proveniente dall’Albertinum Staatliche Kunstsammlungen di Dresda, prestito eccezionale che sarà accompagnato da un saggio in catalogo (Silvana Editoriale) relativo al recente restauro cui l’opera è stata sottoposta.
A chiudere l'esposizione sarà il 1886, anno della svolta, che segna l’ultima collettiva del gruppo impressionista. Pur rimanendo vicino ai compagni di stagione, Zandomeneghi evolve verso una sintesi più autonoma, caratterizzata da una certa morbidezza della forma, compostezza classica e da un nuovo equilibrio narrativo, visibili in opere come
Sul divano,
Il giubbetto rosso,
La conversation. Oltre a illuminare il pubblico su un rapporto artistico di straordinaria vitalità, l’esposizione darà anche conto della complessità di un’epoca nella quale a Firenze e Parigi, la tradizione e l’avanguardia, la macchia e l’impressione, dialogavano in un serrato intreccio.