450 ANNI NEL NOME DI MICHELANGELO
E DELL’ACCADEMIA DELLE ARTI DEL DISEGNO DI FIRENZE

 
In occasione della mostra su Mark Rothko, il direttore di Fondazione Palazzo Strozzi racconta il suo modello: mostre blockbuster, giovani visitatori, sponsor privati e arte contemporanea come motore culturale per Firenze.

Eleonora Zamparutti
formato sconosciuto

In vent’anni di attività Palazzo Strozzi si è costruito una solida reputazione come spazio espositivo. Il massiccio edificio tardo quattrocentesco che sorge in una delle piazze più eleganti di Firenze, tra una boutique di lusso e una gioielleria, è diventato la casa dell’arte contemporanea, per paradosso proprio nel cuore della capitale del Rinascimento.

A gestirlo è una fondazione pubblico/privata, la prima in Italia fondata nel 2006, che ha fatto da apripista ad altre iniziative simili sul territorio. Dal 2015 a capo della Fondazione c’è Arturo Galansino, con un’esperienza internazionale da curatore prima al Louvre, poi alla National Gallery e alla Royal Academy of Arts di Londra. Anni di esperienza sul campo durante i quali ha elaborato la sua idea di “palazzo dell’arte”.


Le mostre che Palazzo Strozzi ospita spaziano dall’arte antica al contemporaneo e sono capaci di attrarre un pubblico nazionale trasversale che abbraccia i giovani e gli art lover. Negli anni, i contributi raccolti dai sostenitori non istituzionali, dunque privati, hanno quasi raddoppiato quelli pubblici: nel 2024 Palazzo Strozzi ha raccolto 2,8 milioni dai privati e circa 1,7 milioni di euro dal settore pubblico che comunque mantiene un peso di governance paritetico a quello privato. La polverizzazione dei sostenitori fa sì che il modello sia democratico, così sostiene Galansino.
Le cose sono andate talmente bene che alla fine del 2024 il direttivo ha deciso di accantonare una riserva di 940mila euro per future attività espositive in programma per il 2027 e il 2028. Una macchina formidabile che gira con appena 20 persone operative, di cui 7 impegnate sul fronte comunicazione e marketing. Praticamente quattro gatti.

Le mostre ottengono buoni riscontri a livello di botteghino. Il caso più eclatante è l’esposizione di Anselm Kiefer: costata 1,6 milioni di euro, ha raccolto 2,1 milioni di euro di cui 1,2 milioni di euro solo dalla bigliettazione. La mostra su Helen Frankenthaler costata 1,5 milioni di euro ha totalizzato 1,3 milioni di euro di cui 483mila euro di entrate dai biglietti. Anish Kapoor, costato quasi 2,2 milioni ha portato a casa 2 milioni di euro, di cui 1,2 milioni dagli ingressi.



Installazione della mostra "Anish Kapoor. Untrue, unreal" a Palazzo Strozzi da ottobre 2023 a febbraio 2024.


Ma quello che è più significativo - come ci racconta in quest’intervista Arturo Galansino - è che Palazzo Strozzi è aperto, accessibile. Il suo nome risuona nella mente delle persone come il luogo per eccellenza dell’arte contemporanea in Italia e per questo attrae pubblico giovane da tutto il territorio. Per chi è interessato alla cultura e all’arte, il meccanismo che scatta è “andiamo a vedere Rothko a Palazzo Strozzi a Firenze”. Indubbiamente è un bel risultato, soprattutto se il dispositivo funziona anche quando viene messo alla prova con nomi meno sexy, come Beato Angelico o Donatello.

“Sfido a trovare istituzioni che abbiano bilanci e risultati così virtuosi. Non solo realizziamo mostre innovative, che spesso cambiano i giochi, come ad esempio la mostra di Beato Angelico, ma riusciamo a farlo con una fondazione che può contare su finanziamenti in maggioranza privati, gravando solo per un 10% - 20% - a seconda degli anni - sui contributi pubblici, cioè sulle tasche dei cittadini, e per il resto, contando su fondi privati e sul successo delle nostre iniziative. In Italia una fondazione come Palazzo Strozzi è una realtà molto rara”.

Qual è il mix che genera il successo della programmazione di Palazzo Strozzi?

“Le nostre mostre sono sempre di ricerca, ma anche di cassetta. Riusciamo a tenere alta la bigliettazione, nonostante l’offerta sia molto ricercata e spesso sofisticata. Possiamo contare su un alto numero di sponsor in un paese dove la filantropia e la sponsorizzazione culturale sono ancora per certi aspetti agli albori, se paragonate ad altri paesi. Generiamo a cascata effetti positivi sulla città di Firenze, a partire dai numerosi interventi di restauro, per i quali abbiamo speso milioni di euro per opere che appartengono al patrimonio pubblico, allo Stato, alle chiese. Poi riusciamo a mettere in circolo istituzioni con benefici straordinari. Ad esempio, il Museo di San Marco durante la mostra di Beato Angelico ha realizzato in tre mesi numeri importanti: centomila visitatori, cinque volte quello che fa in un anno, oltre a un riverbero straordinario sulla stampa che ha messo un’istituzione come San Marco, poco visitata, al centro dell'attenzione internazionale. Questo aspetto è importante per sottolineare gli effetti positivi che Palazzo Strozzi genera per altre istituzioni meno visitate a Firenze, una città dove ci sono tre o quattro attori che sono gli attratti principali del turismo. La valorizzazione è molto importante perché genera effetti economici virtuosi. I nostri pubblici sono di qualità: in media ogni anno abbiamo un impatto economico di 75 milioni di euro sull'economia locale e del lavoro, fuori dalle rotte e in alternativa al turismo di massa. Un modello sostenibile a tutti gli effetti, con risultati straordinari.”

Nel bilancio 2024 i contributi privati hanno pesato per il doppio rispetto ai contributi pubblici. Questo risultato è il frutto di una strategia o di circostanze che si sono verificate?

“Le strategie si legano alle circostanze, no? Palazzo Strozzi viene fondato nel 2006 come la prima istituzione pubblico-privata, una collaborazione che all'epoca era davvero quasi inconcepibile in Italia. Siamo stati i primi e siamo ancora l'istituzione di maggior successo e con le proporzioni più virtuose in questo senso, perché il settore pubblico, rispetto a quello privato, dà un apporto inferiore in termini economici, ma ha un peso paritetico a livello di governance. In Italia ci sono musei pubblici, finanziati da fondi statali o pubblici, o fondazioni finanziate quasi interamente da fondi pubblici, oppure il modello opposto, fondazioni private finanziate interamente da un soggetto privato, si pensi a luoghi di eccellenza come Fondazione Prada a Milano, Fondazione Pinault a Venezia. Tutti luoghi che appartengono a qualcuno. Palazzo Strozzi invece è un'istituzione che di fatto non ha padroni, o forse siamo servi di tanti padroni. Abbiamo creato un modello democratico che mette insieme tante realtà diverse. Abbiamo una cinquantina di sponsor che ci sostengono, quattro dei quali fanno parte nel Cda, 40 aziende che partecipano al comitato dei partner, più diversi partner che ci sostengono in forma estemporanea a seconda delle iniziative.”

Probabilmente si è anche creato un circolo virtuoso. Il successo a livello di comunicazione e di reputazione di tante iniziative accresce il desiderio di farne parte…

“Esatto. Di anno in anno le cose vanno meglio perché siamo riusciti a migliorare i nostri risultati in modo costante. Palazzo Strozzi è una delle realtà più importanti al mondo a livello di visibilità, di successo, di ambizione, possiamo dirlo senza paura di esagerare. Un luogo speciale che siamo riusciti a valorizzare. Un palazzo come lo Strozzi meritava di essere portato all'interno del discorso dell’arte."

Il bilancio del 2024 si è chiuso con un accantonamento di 940 mila euro. Per cosa viene impiegata questa riserva?

“A noi non interessa fare cassa, ma è importante avere un patrimonio per sostenere l’ambizione. Noi programmiamo le nostre attività con un anticipo di 5 anni. Negli ultimi 10 anni siamo riusciti ad accantonare risorse che ci servono per programmare la nostra attività.”

Installazione della mostra "Beato Angelico" a Palazzo Strozzi da settembre 2025 a gennaio 2026. Ph Ela Bialkowska OKNO studio


Quali sono le linee guida della programmazione? Perché avete ritenuto importante una mostra su Mark Rothko?

“Ci guidano criteri di qualità. La nostra programmazione è molto varia, andiamo dall'arte antica, all’arte moderna, contemporanea, dei giovani, del Rinascimento. Cerchiamo di trovare i massimi valori qualitativi, programmando mostre necessarie che in Italia o addirittura a livello internazionale non sono mai state fatte, che hanno un angolo che si lega particolarmente a Palazzo Strozzi o alla storia di Firenze, che hanno un tema particolarmente attuale o che portano istanze importanti per la sensibilità corrente. Cerchiamo di legare la nostra programmazione a quello che succede nel mondo, alla storia contemporanea e alla storia anche della nostra città. Ad esempio, l’installazione There Are Other Fish In The Sea che ospitiamo in Cortile è legata al 60° anniversario dell’alluvione di Firenze, ma anche a temi attuali relativi alla gestione delle acque, all'inquinamento e alla sostenibilità ambientale.”

Nel 2025 avete ospitato la mostra di Anselm Kiefer, un artista vivente molto amato, e di Helen Frankenthaler, che ha avuto un riscontro di pubblico più contenuto. C'è una tensione tra la scelta curatoriale e le attese del mercato?

“Si pensa in modo organico, cercando di mettere insieme una visione unica che rifletta e renda conto della voce del management, della curatela e della visione artistica. Dobbiamo realizzare mostre di estrema qualità e anche in grado di attrarre un pubblico ampio e un grande numero di sponsor. Allo stesso tempo abbiamo numerose attività che sono pro bono. Project Space, ad esempio, ospita opere di artisti emergenti delle nuove generazioni che non potrebbero sostenere il piano nobile a livello di costi di gestione. Cerchiamo sempre di trovare delle soluzioni per proporre qualcosa al di fuori dalle proporzioni ideali che abbiamo. Ospitiamo numerose iniziative gratuite per il pubblico, facciamo grandi sforzi di investimento a livello di arte pubblica, nel Cortile, sulla facciata del Palazzo. Anche la Strozzina (nrd, lo spazio espositivo sotterraneo di Palazzo Strozzi) ospita spesso iniziative gratuite.”

Difficile evitare di diventare un palcoscenico per il branding aziendale?

“Le aziende, gli individui e le fondazioni filantropiche che ci sostengono, vedono in noi un sistema di valori che condividono. Desiderano partecipare a iniziative culturali che ritengono importanti e che danno valore a Palazzo Strozzi, a Firenze, al territorio e anche oltre, al loro brand o a loro stessi, ai loro interessi, alle loro fondazioni. Ma questo è un luogo dove l'istituzione è davvero protagonista, non ci sono dei disequilibri. Palazzo Strozzi appartiene a tutti, al settore pubblico, il Comune di Firenze, la Regione Toscana, la Città Metropolitana di Firenze e la CCIAA di Firenze, ai sostenitori non istituzionali, Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze, Intesa Sanpaolo, Fondazione Hillary Merkus Recordati e i 40 Partner rappresentati nel Comitato dei Partner di Palazzo Strozzi. Ma il primo azionista di Palazzo Strozzi sono le persone che vengono a visitarlo, perché la voce principale è la biglietteria. Visitatori che spesso vengono da lontano, apposta a Firenze per Palazzo Strozzi. Siamo riusciti a dare vita a un gruppo di migliaia di persone, su base nazionale, che vengono a Firenze per le nostre mostre.”

Qual è stata la mostra che ti ha stupito di più in termini di pubblico, non in termini numerici, ma in termini di tipologia?

“In generale sono felicemente stupito perché i giovani sotto i 30 anni ormai rappresentano almeno il 25% del nostro pubblico totale.”



SUPERFLEX. There Are Other Fish In The Sea, Cortile di Palazzo Strozzi, Firenze I Ph. Ela Bialkowska, OKNO Studio. Courtesy Fondazione Palazzo Strozzi, Firenze

Come te lo spieghi? Palazzo Strozzi ha una dimensione pop?

"Pop non lo so. Le persone considerano le nostre mostre parte del calendario culturale internazionale e vogliono venire a Palazzo Strozzi. Il pubblico giovane in particolare è il pubblico del futuro. Portare i giovani verso la cultura oggi è fondamentale, in un mondo in cui si legge meno, si va meno a teatro, meno al cinema. Portiamo i giovani verso la cultura perché cerchiamo di essere accessibili, aperti. Beato Angelico mi ha stupito positivamente. Pensavamo che sarebbe stata una mostra di successo, ma non fino a questo punto. Il pubblico era vario, c'erano anche tanti giovani e molti visitatori da tutto il mondo per una mostra che trattava temi che potevano sembrare di nicchia, per esperti e specialisti. Angelico è un nome importantissimo, ma è un artista che in pochi conoscevano nella sua grandezza. Una mostra che ha cambiato la visione di un artista, a livello generale. Ci si è resi conto cosa vuol dire Beato Angelico. Certamente è un artista di valore, dal punto di vista della storia dell'arte, ma soltanto chi conosce l'argomento ne valuta appieno la grandezza. Angelico è un artista presente in tante collezioni di tutto il mondo, ma a pezzi, letteralmente fatto a pezzi. Noi infatti abbiamo ricostruito le pale d’altare, rimettendo insieme le parti per la prima volta dopo tre secoli. Le persone hanno voluto vedere la straordinaria ambizione e rivoluzione di questo nome, che un po' già ai tempi di Vasari veniva messo in una dimensione un po' edulcorata, come un artista pio, diciamo così. Invece Beato Angelico è sì un pittore religioso, come tutti i suoi contemporanei, ma è stato un grande protagonista delle rivoluzioni del primo Rinascimento.”

Quindi quale criterio ti ispira?

“Della mostra di Angelico ce n'era bisogno, della mostra di Donatello ce n'era bisogno, della mostra di Verrocchio ce n'era bisogno. Sono mostre che la storia dell’arte richiede e che si possono fare solo qui, a Palazzo Strozzi.”

Il fatto che Palazzo Strozzi non abbia una collezione, ti dà maggiore libertà?

“Ci sono chiaramente i pro e i contro. Il fatto di non avere una collezione non ci vincola a dei paletti. Al giorno d'oggi, le collezioni vengono utilizzate come moneta di scambio. E noi questo non lo possiamo fare. Abbiamo molto spesso prestiti considerati imprestabili e che ci vengono dati per la forza del progetto. Angelico ne è un esempio.”

I due sponsor americani della mostra di Mark Rothko, Maria Manetti Shrem e Kenneth Griffin, hanno agevolato una sorta di diplomazia culturale a livello di prestiti?

“Maria è nostra sostenitrice da tanti anni, è nata a Firenze. Aiuta tante istituzioni in città, oltre a Palazzo Strozzi, il Maggio Fiorentino e altre. Ken Griffin è un grande collezionista che ha prestato un quadro, un quadro bellissimo (n.d.r. Mark Rothko, No. 2 (Blue, Red, and Green) (Yellow, Red Blue on Blue), 1953) che abbiamo in mostra. Si è talmente appassionato a questo progetto che ha voluto aiutarci. Opera negli Stati Uniti come donor importante per grandi istituzioni, figure che forse in Italia non abbiamo.”

La relazione di Firenze con l'arte contemporanea non è sempre stata molto forte….

“Infatti è un'inversione di rotta non indifferente. Non che a Firenze non ci siano state iniziative legate all’arte contemporanea prima del 2016, perché degli esperimenti ci sono stati, non di successo a livello di numeri, di visibilità, di importanza, come quelli che abbiamo dimostrato di saper fare. Da quando abbiamo cominciato questo progetto di arte contemporanea con i grandi nomi, con mostre di impatto e grandi produzioni, coraggiose e in grado di piacere a tutti, sia agli esperti che al grande pubblico - cose che si trovano nelle grandi capitali mondiali - abbiamo riempito uno spazio che in Italia un po' mancava. Palazzo Strozzi ha restituito Firenze a un turismo culturale nazionale, offrendo un'opportunità per tornare e riscoprire questa città, anche grazie ai nostri itinerari, alle collaborazioni con altre istituzioni, che creiamo all'interno delle nostre mostre. Un aspetto strategico importante. Dalla prima mostra di Ai Weiwei nel 2016. Quando hanno visto gli enormi gommoni in facciata, le grandi istallazioni nel quartiere, c'è stato un attimo di spiazzamento, ma le persone hanno subito capito l'importanza dell’iniziativa. E infatti quella mostra a pagamento è stata la più visitata di sempre nell’ambito dell’arte contemporanea fino a quel momento. Abbiamo cominciato con un record, poi ci siamo battuti più volte. Era una mostra che parlava di temi molto pesanti: diritti umani, emigrazioni, libertà di espressione, non era esattamente una mostra zuccherata.”

In molti casi sei abituato a lavorare con gli artisti direttamente, ma per Mark Rothko è stato diverso. Metà della curatela è in capo al figlio, Christopher Rothko, che ha collaborato con Elena Geuna. Questo aspetto ha innescato una dinamica differente?

“Ovviamente si tratta di una mostra storica. Il figlio di Rothko, Christopher, è una delle voci più autorevoli in questo senso. Con Elena Geuna ha costruito un percorso straordinario, sono stati sei anni di lavoro. Christopher è stato entusiasta di accogliere questa sfida, perché era una mostra che suo padre avrebbe desiderato. Ed era il sogno di Christopher da quando ha cominciato a prendere in mano l’eredità del padre.”



"Rothko a Firenze", exhibition view, Palazzo Strozzi, Firenze, 2026. Foto Ela Bialkowska, OKNO Studio



Beato Angelico e Michelangelo sono due artisti ormai fuori dal mercato, appartengono al patrimonio. Le opere di Mark Rothko sono ancora oggetto di compravendita. Questa mostra è il frutto di una circostanza o è un modo per sancire l'ingresso di Rothko nell'universo degli immortali?

“È molto giusto quello che dici, perché è un po' quello che è il nostro private joke. Firenze è la città di Vasari dove la storia dell'arte è stata inventata. La storia dell'arte è fatta delle biografie degli artisti, messe in ordine quasi cronologico. Noi abbiamo voluto pensare che fare queste mostre di arte moderna e contemporanea è come far entrare in un canone ufficiale tanti grandi nomi nuovi, moderni e contemporanei. Per questo credo che ormai tanti artisti viventi vogliono aggiungere al loro curriculum una mostra a Strozzi. Visto che al primo piano ospitiamo solo due mostre l'anno e dobbiamo creare varietà, è difficile accontentare tutti. Vorremmo avere più slot, ma chiaramente l'anno è fatto solo 12 mesi. In un certo senso abbiamo voluto costruire un programma che ha un'identità molto forte e che crea una linea che unisce questi nomi in una sorta di storia dell'arte fiorentina.

È prestigioso avere una mostra in un edificio che è uno degli esempi più alti dell'architettura tardo quattrocentesca, il palazzo urbano per eccellenza, che diventa prototipo di tanta architettura rinascimentale e oltre, perché ci sono modelli di Palazzo Strozzi rifatti nell'Ottocento, nel Novecento. Se vai a New York, per esempio, ci sono almeno due grandi palazzi sul modello di Palazzo Strozzi (ndr. il palazzo della Federal Reserve Bank of New York, alla 33 Liberty Street e il Central Savings Bank building oggi Apple Bank, 2112 Broadway). 

Rispetto alle architetture moderne in cui di solito gli artisti contemporanei espongono, è un luogo molto diverso, che ha una purezza assolutamente contemporanea, degli spazi di giusta proporzione, anche se fissi, che si sono rivelati modulabili alla perfezione per tante mostre diverse e per corsi espositivi diversi. Questa architettura dimostra di avere un valore, un potere potenziale di esprimersi nel contemporaneo. Ma la sfida è confrontarsi con questo luogo simbolico e cosa questo luogo incarna, quindi confrontare le proprie pratiche con la storia dell'arte fiorentina, la storia della cultura fiorentina. Molti artisti hanno colto appieno questo aspetto e hanno utilizzato Palazzo Strozzi come amplificatore della propria pratica, delle proprie idee, delle proprie istanze, mettendole a confronto con la storia di Firenze, da Anselm Kiefer a Tomás Saraceno a Olafur Eliasson.”

Pace Gallery che gestisce l'estate di Rothko, ha partecipato in qualche modo a questa mostra?

“No, non come sponsor. Il nostro rapporto con le gallerie dipende molto dalle mostre. Il mondo dell'arte è un ecosistema. Le istituzioni devono saper lavorare a vari livelli: ci sono gli artisti, i curatori, ci sono le gallerie, ci sono i musei pubblici, quelli privati, le fondazioni. È un mondo complesso.”

Però tu riesci a tenere tutti a bada.

“Ma no, non è tenerli a bada, vogliono tutti dare una mano. Quando un progetto è buono le cose vanno in modo organico. In questo periodo di guerra noi preferiamo la pace più totale.”

E l'arte porta pace…

“Sì, assolutamente sì. Dialogo.”

Non pensi che l'arte rifletta lo spirito di un'epoca e quindi anche tutte le complessità, i conflitti, le complicazioni dei tempi che si vivono?

“L'arte è spesso il riflesso dei tempi in cui viene prodotta, non sempre. Ci sono artisti la cui arte non riflette sui tempi che vivono, non direttamente perlomeno. Ma è difficile staccare un’artista, o un essere umano in generale, dal contesto in cui vive. In questi anni non ho visto un così grande interesse verso alcuni temi correnti, non tutti gli artisti parlano della guerra, di tematiche sociali, ambientali.

Noi cerchiamo di individuare dei macro-temi rilevanti per tutti, interagendo con gli artisti. Volevamo portare l'arte contemporanea a Firenze per far capire che l'arte contemporanea ci deve parlare. Il pregiudizio è che l'arte contemporanea non possa fare grandi numeri nel nostro paese e soprattutto a Firenze, perché ha un linguaggio che si rivolge a un pubblico ristretto, di eletti, che si parlano e si capiscono usando un certo codice.

Pensiamo esattamente il contrario, ovvero che l'arte contemporanea ci deve parlare direttamente, perché parla dei nostri tempi, dei nostri problemi e dei problemi della società in cui viviamo. Penso che sia una scommessa vinta. Speriamo di far riuscire a fare meglio. Le risposte che abbiamo ottenuto non appartengono solo agli specialisti, alla stampa di settore, ma proprio al pubblico che ha capito di cosa stiamo parlando. Rendere accessibile l'arte contemporanea è importante perché l'arte contemporanea parla del presente. Paradossalmente gli italiani si dovrebbero sentire toccati più da un artista di oggi rispetto a un artista di Rinascimento. All’estero è così, perché le proporzioni sono esattamente opposte: all’estero nei musei funzionano meglio le mostre moderne e contemporanee. Spesso, in Italia è l’opposto."

Il cambio di passo politico che stiamo vivendo finirà per cambiare i temi dominanti del dibattito culturale? Avrà qualche impatto sulle linee guida, cambierà in qualche modo il tuo approccio verso la programmazione futura?

“Proprio adesso in cui è nato una specie di divorzio tra gli Stati Uniti e l'Europa, noi stiamo continuando a portare avanti un forte programma di arte americana. La prossima mostra nasce da una collaborazione con la National Gallery di Washington. L’arte e il dialogo contribuiscono a portare avanti le relazioni. La diplomazia culturale è importantissima. Noi continuiamo a credere nei valori culturali, nei valori dell'arte, nella cultura della bellezza, nei valori della storia.”

E a livello europeo?

“È un momento forse in cui l'Europa deve capire finalmente l'importanza del suo ruolo a tutti i livelli e in particolare il proprio ruolo culturale. Siamo un faro per quanto riguarda la cultura, anche se il mondo è sempre più grande, ma dobbiamo creare dialogo e connessione con tutto il mondo.
In questi ultimi anni il mondo dell'arte è diventato davvero grande. Negli ultimi trent’anni abbiamo potuto aprire i nostri occhi verso tante nuove figure, teorie, pratiche. È una cosa che non dobbiamo perdere. Questa connessione globale non si deve affievolire, perché è parte integrante del nostro lavoro e del nostro mondo.”

Visto che lavorate con così tanto anticipo, puoi anticipare qualche cosa sulle novità che ci aspettano?

“A settembre inaugura la mostra sul frammento in scultura dall'antichità all'arte contemporanea, in collaborazione con la National Gallery di Washington. Successivamente ospiteremo nel Project Special la mostra dell'artista francese Jean-Marie Appriou.
“Broken” è una mostra mista, storica che però tocca temi molto contemporanei, sul potere del frammento di scultura: che cosa vuol dire frammento, perché le sculture sono state distrutte in passato, perché vengono distrutte ancora oggi, pensiamo ai monumenti distrutti qualche anno fa negli Stati Uniti, in Inghilterra, e in altri luoghi del mondo.
Il tema è legato al potere del frammento, al rapporto dell'uomo con la scultura, benché spesso la riduca a pezzi, al fatto che la scultura si fa a pezzi da sola per varie ragioni - crisi ambientali e umane -, perché c'è questo interesse anche a ricreare il frammento in scultura. Alcuni frammenti o sculture che sembrano frammenti, sono stati creati proprio così, non sono veri e propri frammenti. Quindi indaga questo tema sotto vari punti di vista, e penso che sia una mostra che, più che dare delle risposte, ponga delle domande. Una mostra con un significato politico molto forte, perché è stata concepita nel 2021 al tempo in cui venivano distrutti nel mondo alcuni monumenti legati a vicende storiche controverse.”


Installazione della mostra "Jeff Koons. Shine" da ottobre 2021 a gennaio 2022 a Palazzo Strozzi

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