Opere d’arte, simili a clessidre, strumenti di misurazione del tempo, si confrontano con un tema di risonanza universale, connesso alla storia dell’arte, alla città di Roma e alla sua storia millenaria.
Esiste un tempo interno alle opere d’arte? La risposta è contenuta nell’undicesimo capitolo di
Conversation Piece, il ciclo di mostre con cadenza annuale a cura di Marcello Smarrelli, con cui la Fondazione Memmo offre una panoramica degli artisti italiani e stranieri che scelgono Roma come luogo di residenza e di ricerca.
Il titolo della mostra,
Affrettati lentamente, si ispira alla celebre locuzione latina
festìna lente attribuita da Svetonio all’imperatore Augusto che coniuga in un ossimoro i concetti antitetici di velocità e lentezza. Un agire tempestivo e deciso, ma al tempo stesso cauto e riflessivo. Italo Calvino, in
Lezioni americane, lo utilizza per riferirsi al tempo della creatività: un’immediatezza che nasce da un’intuizione fulminea resa possibile da pazienti aggiustamenti, un po’ come l’atto artistico che può emergere improvviso o maturare lentamente, ma sempre attraverso un processo profondo di organizzazione dei saperi.
Agli artisti di questa undicesima edizione è stato chiesto di confrontarsi proprio con il tempo attraverso opere realizzate appositamente per gli spazi della Fondazione Memmo o presentate per la prima volta nella capitale. A introdurre il visitatore alla mostra è Prem Sahib che esplora la sessualità, l'intimità e il desiderio nell'ambito delle comunità queer. La sua è una temporalità fatta di memorie e assenze.
Helix III (2018) è un rilievo in gesso, con al centro una figura maschile che incarna il corpo “ideale” dell’antichità. Su questo l’artista è intervenuto inserendo pesanti piercing in acciaio cromato, in contrasto con la posa classica della figura maschile. Il rilievo, copia di un originale neoclassico, era collocato nella sauna gay “Chariots” nell’East End di Londra, chiusa nel 2016. Sahib attinge da un’archeologia urbana capace di ripensare il tempo e la memoria.
Enrique Ramìrez, installation view | Foto: © Daniele Molajoli Esplorando i concetti di tempo e spazio con l’obiettivo di introdurre una sensazione di derealizzazione del mondo, Alicja Kwade porta invece in mostra
Superheavy Skies (2024), una struttura metallica mobile con singoli elementi fluttuanti nello spazio. I bracci della scultura, ispirata ai mobiles di Calder, sono messi in movimento dall’interazione di forze fisiche che ne regolano l’equilibrio. L’opera dialoga con
Assumption of Distinct Qualities (2025), composta da una pietra che sembra animarsi dall’interno, mentre un ramo di legno cresce organicamente scavandola e attraversandola. In un altro intervento per misurare e visualizzare idealmente il tempo, Kwade utilizza lancette di orologio in ottone. Se Paul Maheke per la mostra ha realizzato una nuova installazione site-specific che attinge all’iconografia funeraria conservata negli archivi, nei cimiteri romani per evocare una coreografia di fantasmi in cui passato e presente si intrecciano, l’artista cileno Enrique Ramírez ha costruito narrazioni stratificate incentrate sul mare, luogo di proiezione narrativa in cui il destino del Cile si intreccia con più ampie storie di viaggi, conquiste e migrazioni. L’allestimento abbraccia un ampio spettro di tecniche e materiali, dalla fotografia al collage, dalle installazioni luminose al suono.
Enrique Ramìrez, installation view | Foto: © Daniele MolajoliAl centro della sala,
Cuatro lamentos a un paisaje (2023), è una scultura mobile e sonora che simula il movimento di una nave e introduce un’ulteriore dimensione sensoriale. Ispirata a strumenti ancestrali originari dall’Ecuador e dal nord del Cile e del Perù, la scultura diventa paesaggio sonoro e atto meditativo che trasforma il suono in immagine. Con la sua pittura Henry Taylor affida invece al ritratto il compito di catturare frammenti di tempo. Attraverso il dipinto esposto alla Fondazione Memmo,
Hershal Earl, when he was young, a youth (2022), l’artista afferra un’emozione prima che svanisca.