Chi ha ancora paura del caso?
Chi ha ancora paura del caso?, Galleria Milano
Dal 5 Dicembre 2013 al 25 Gennaio 2014
Milano | Visualizza tutte le mostre a Milano
Luogo: Galleria Milano
Indirizzo: via Manin 13
Orari: da martedì a sabato 10-13/ 16-20
Curatori: Elio Grazioli, Galleria Milano
Costo del biglietto: ingresso gratuito
Telefono per informazioni: +39 02 29000352
E-Mail info: info@galleriamilano.com
Sito ufficiale: http://www.galleriamilano.net
L’arte contemporanea, dalle avanguardie storiche in avanti, deve far fronte ad un mondo sempre più complesso. Nella lotta per sua comprensione non rimane che la vertigine di fronte a ciò che non si può completamente afferrare. Se la componente razionale vacilla, irrompono nell’opera l’interferenza, la pausa, la discontinuità, l’imprevedibilità...
Chi ha ancora paura del caso? Con questa mostra, che lancia un interrogativo e una provocazione, la Galleria Milano presenta una scelta di opere in cui la creazione implica il caso, mentre l’artista lo valorizza. L’opera si presenta con un altro rapporto con l’autore e con lo spettatore.
Kazuo Shiraga, pittore giapponese capostipite del Gruppo Gutai, si appende con una corda sopra alla tela stesa a terra cospargendola di colori e con il corpo vi striscia sopra. A dipingere è dunque il suo stesso corpo che, senza gesti premeditati, si fa strumento pittorico vivente. Se l’annullamento della razionalità nella pura contingenza è un principio zen, anche in Occidente si cerca di liberarsi dalla premeditazione attraverso la liberazione dell’inconscio: i Cadaveri squisiti surrealisti sono frutto del puro automatismo, disegni a più mani completati dai singoli autori, a insaputa l’uno dell’altro. Man Ray fotografa la polvere depositatasi sul Vetro di Duchamp: fissa la macchina su un tripode, apre l’otturatore, ed esce a fare colazione. È la macchina a fare l’opera, non l’artista, che si limita a presentare il risultato di questa operazione, così come la polvere sul vetro si deposita autonomamente, e Duchamp non può far altro che constatare l’evento.
La polvere, elemento inafferrabile, non rappresenta nulla, se non la mutabilità del caso, ed è questo, nella sua fuggevolezza, che Davide Mosconi presenta nei due cicli di fotografie delle Polveri. Anche Luca Vitone lascia che la polvere, lo smog e gli agenti atmosferici agiscano direttamente sulla tela. Il risultato è un autoritratto della città di Roma, che si racconta da sé attraverso le sue tracce. Jae-Eun Choi, artista coreana, seppellisce duecento fogli in varie parti del mondo, per tornare a prenderli dopo tre-quattro anni e constatare i segni della terra e il deterioramento della carta. Marina Ballo Charmet lega una videocamera alla sua vita, e riprende i suoi Passi Leggeri, privilegiando il punto di vista periferico dei gesti quotidiani spesso inconsapevoli. Guy Debord, capostipite del Situazionismo, include la visione emotiva e psicologica dell’individuo nella geografia urbana parigina, generando deviazioni improvvise ed imprevedibili. Ed è Gil J Wolman, situazionista e vicino a Debord, a spostare il détournement verso il mondo della comunicazione, apponendo lo scotch su fogli di giornale e strappando, dando origine a messaggi spesso illeggibili, formati da accostamenti di parole casuali. Anche Nicola Pellegrini si serve del nastro adesivo, nel tentativo di misurare gli spazi che lo circondano. Ne risulta una raccolta casuale di piccoli rifiuti altrimenti trascurabili, a cui viene conferito un potere primordiale. Gli scarti sono al centro dell’opera di Daniel Spoerri, che incolla su supporti i resti delle cene che lui stesso organizzava, così come erano lasciati dai commensali e abbandonati al loro lento deperimento. Mentre Tano Festa getta casualmente coriandoli su una tela, per poi essere incollati così come sono, nella loro disposizione caotica, Vincenzo Agnetti bagna la carta fotosensibile con schizzi casuali di acido di sviluppo; Claudio Costa fa agire soluzioni acide su tutta la tela, lasciando che sia il materiale a creare l’opera e non la mano dell’artista. E ancora, Carlo Alfano, Aurelio Andrighetto con Elio Grazioli, Alighiero Boetti, Dario Bellini, John Cage, Gianluca Codeghini, Oscar Dominguez, Douglas Huebler, Amedeo Martegani ed Henri Michaux giocano con il caso nei modi più disparati che registrano e mettono in relazione.
Chi ha ancora paura del caso? Noi no, per noi il caso non è altro che «la logica altra degli incontri, dei legami, delle rotture, dei sussulti, delle scoperte» (Elio Grazioli).
Chi ha ancora paura del caso? Con questa mostra, che lancia un interrogativo e una provocazione, la Galleria Milano presenta una scelta di opere in cui la creazione implica il caso, mentre l’artista lo valorizza. L’opera si presenta con un altro rapporto con l’autore e con lo spettatore.
Kazuo Shiraga, pittore giapponese capostipite del Gruppo Gutai, si appende con una corda sopra alla tela stesa a terra cospargendola di colori e con il corpo vi striscia sopra. A dipingere è dunque il suo stesso corpo che, senza gesti premeditati, si fa strumento pittorico vivente. Se l’annullamento della razionalità nella pura contingenza è un principio zen, anche in Occidente si cerca di liberarsi dalla premeditazione attraverso la liberazione dell’inconscio: i Cadaveri squisiti surrealisti sono frutto del puro automatismo, disegni a più mani completati dai singoli autori, a insaputa l’uno dell’altro. Man Ray fotografa la polvere depositatasi sul Vetro di Duchamp: fissa la macchina su un tripode, apre l’otturatore, ed esce a fare colazione. È la macchina a fare l’opera, non l’artista, che si limita a presentare il risultato di questa operazione, così come la polvere sul vetro si deposita autonomamente, e Duchamp non può far altro che constatare l’evento.
La polvere, elemento inafferrabile, non rappresenta nulla, se non la mutabilità del caso, ed è questo, nella sua fuggevolezza, che Davide Mosconi presenta nei due cicli di fotografie delle Polveri. Anche Luca Vitone lascia che la polvere, lo smog e gli agenti atmosferici agiscano direttamente sulla tela. Il risultato è un autoritratto della città di Roma, che si racconta da sé attraverso le sue tracce. Jae-Eun Choi, artista coreana, seppellisce duecento fogli in varie parti del mondo, per tornare a prenderli dopo tre-quattro anni e constatare i segni della terra e il deterioramento della carta. Marina Ballo Charmet lega una videocamera alla sua vita, e riprende i suoi Passi Leggeri, privilegiando il punto di vista periferico dei gesti quotidiani spesso inconsapevoli. Guy Debord, capostipite del Situazionismo, include la visione emotiva e psicologica dell’individuo nella geografia urbana parigina, generando deviazioni improvvise ed imprevedibili. Ed è Gil J Wolman, situazionista e vicino a Debord, a spostare il détournement verso il mondo della comunicazione, apponendo lo scotch su fogli di giornale e strappando, dando origine a messaggi spesso illeggibili, formati da accostamenti di parole casuali. Anche Nicola Pellegrini si serve del nastro adesivo, nel tentativo di misurare gli spazi che lo circondano. Ne risulta una raccolta casuale di piccoli rifiuti altrimenti trascurabili, a cui viene conferito un potere primordiale. Gli scarti sono al centro dell’opera di Daniel Spoerri, che incolla su supporti i resti delle cene che lui stesso organizzava, così come erano lasciati dai commensali e abbandonati al loro lento deperimento. Mentre Tano Festa getta casualmente coriandoli su una tela, per poi essere incollati così come sono, nella loro disposizione caotica, Vincenzo Agnetti bagna la carta fotosensibile con schizzi casuali di acido di sviluppo; Claudio Costa fa agire soluzioni acide su tutta la tela, lasciando che sia il materiale a creare l’opera e non la mano dell’artista. E ancora, Carlo Alfano, Aurelio Andrighetto con Elio Grazioli, Alighiero Boetti, Dario Bellini, John Cage, Gianluca Codeghini, Oscar Dominguez, Douglas Huebler, Amedeo Martegani ed Henri Michaux giocano con il caso nei modi più disparati che registrano e mettono in relazione.
Chi ha ancora paura del caso? Noi no, per noi il caso non è altro che «la logica altra degli incontri, dei legami, delle rotture, dei sussulti, delle scoperte» (Elio Grazioli).
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