Don’t Get Me Wrong - Biennale Arte Venezia 2026

Nabil Nahas, Don’t Get Me Wrong, 2026. Installation, acrylic on canvas, H. 290 cm × L. 45 linear m, Detail, diptych: 290 × 300 cm. | Courtesy © Nabil Nahas Courtesy of the artist, © LVAA, Ph: Elie Bekhazi

 

Dal 9 Maggio 2026 al 22 Novembre 2026

Luogo: Arsenale - Padiglione Libano

Indirizzo: Campo de la Tana

Orari: Mar - Dom (da Maggio a Settembre) 11.00 - 19.00 (Sab - Dom, solo Arsenale fino alle ore 20.00) | Mar - Dom (da Ottobre a Novembre) 10.00 - 18.00 | Lunedì chiuso (eccetto lunedì 11 maggio, 1 giugno, 7 settembre, 16 novembre)

Curatori: Nada Ghandour (commissioner / curator)

Enti promotori:

  • Ministry of Culture of Lebanon
  • Lebanese Visual Art Association - LVAA

Costo del biglietto: € 30 (giornaliero) | € 40 (tre giorni)

Telefono per informazioni: +39 041 5218711


In occasione della 61ª Esposizione Internazionale d'Arte – La Biennale di Venezia, il Padiglione del Libano presenta Don't Get Me Wrong, un'installazione monumentale di Nabil Nahas (nato nel 1949 a Beirut). In mostra dal 9 maggio al 22 novembre 2026.

In quest'opera immersiva, l'artista esplora il rapporto tra uomo, natura e cosmo, offrendo un'esperienza visiva e spirituale che trasforma lo spettacolare in un veicolo di introspezione. Riflettendo l'identità fluida e multiculturale del Libano, il Padiglione celebra l'unità nella diversità e la bellezza delle contraddizioni, in linea con la ricerca artistica che Nabil Nahas porta avanti da diversi decenni, viaggiando tra il Libano e gli Stati Uniti. L'installazione, che si estende per quarantacinque metri lineari all'interno dell'Arsenale, è composta da ventisei pannelli in acrilico su tela. Ogni pannello si erge per tre metri di altezza ed è disposto uno accanto all'altro a formare un fregio monumentale e avvolgente che invita i visitatori a esplorarlo. Ispirata alle miniature persiane, l'installazione resiste alla narrazione lineare e all'interpretazione univoca, offrendo invece un'esperienza da vivere piuttosto che un'immagine da decifrare.

Le composizioni presentano un linguaggio visivo ricco e complesso, in cui diverse tipologie di astrazioni geometriche, ispirate alle tradizioni islamiche e occidentali, si fondono con la figurazione e i motivi frattali, formando un continuum inaspettato. Le forme geometriche evocano la struttura matematica dell'ordine cosmico: un insieme unificato, l'universo è composto dall'infinitamente piccolo e dall'infinitamente grande. Alcuni schemi si ripetono a tutte le scale, sia nel regno animale che in natura, ricordandoci che l'umanità è parte di un tutto infinito. Allo stesso modo, la spirale – simbolo di infinito tratto dal misticismo sufi – agisce come una forza ipnotica sulla mente, guidando un intimo viaggio interiore.

Il motivo dell'albero, centrale nell'opera di Nabil Nahas, incarna la tensione tra radicamento e trascendenza attraverso specie arboree presenti nei testi biblici, tra cui il cedro – l'albero mitico delle montagne libanesi, simbolo di resistenza e forza – e l'ulivo, allegoria della vita. Attraverso questa installazione, Nabil Nahas celebra il Libano come terra di confluenze, dove comunità radicate da secoli hanno plasmato un'identità plurale. Piuttosto che una semplice collezione di frammenti disgiunti, questa identità è vista e rappresentata come un'entità vivente e coerente, in costante evoluzione e perennemente in movimento. La storia del Libano è quella di uno straordinario crocevia, un luogo in cui grandi civiltà sono emerse, si sono succedute e si sono intersecate.

Nell'opera di Nabil Nahas, le influenze greco-romane, giudeo-cristiane, bizantine e islamiche riflettono il patrimonio stratificato e secolare del paese. Don't Get Me Wrong può essere interpretata come una topografia sensibile del paese. Per l'artista, il ricordo della sua terra natale è una polifonia, composta da echi e risonanze che si estendono fino alla sua stessa vita: dopo essere cresciuto tra il Libano e il Cairo, Nahas si è stabilito a New York. Dopo 18 anni di assenza, è tornato in Libano per una breve visita dopo la guerra civile, una visita che ha segnato l'inizio di ritorni sempre più frequenti. La scenografia del Padiglione è stata ideata da Charles Ketaneh e Nicolas Fayad dello studio EAST Architecture.

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